A volte ritornano: Aifa annuncia progetto per vendita farmaci ‘sfusi’

Roma, 11 aprile – È già una realtà in Paesi come Stati Uniti e Canada, ma anche Regno Unito e Germania. In Francia venne inserito da Emmanel Macron nel suo programma elettorale tra i punti qualificanti per la sanità,  mentre in Svizzera il Consiglio nazionale della Confederazione ha deciso di avviarne la sperimentazione nelle farmacie alla fine del 2017.  Parliamo della vendita di farmaci “sfusi”, con la dispensazione ai pazienti in farmacia del numero di dosi strettamente correlato alle necessità del ciclo terapeutico prescritto dal medico.

Evidente e più volte ricordato il principale aspetto positivo della proposta: la riduzione degli sprechi, originati dalla eccedenza (o insufficienza, con la necessità di acquistarne una scatola in più) delle dosi contenute nelle confezioni di molti farmaci oggi in commercio rispetto ai cicli di terapia standard. Con la conseguente diminuzione non solo della spesa a carico del paziente e del Servizio sanitario pubblico, ma anche dei rischi connessi alla pratica dell’autoterapia favorita, se non indotta, dalla presenza negli armadietti farmaceutici di casa di “avanzi” di terapie precedenti.

La misura è una di quelle che ormai da decenni vene periodicamente spolverata, rilucidata  e riportata sulla scena del dibattito sui farmaci: solo per ricordare l’ultima occasione, basterà citare il tentativo operato con la Legge finanziaria del 2015, con una delega a Salute e Mef di emanare un decreto per sdoganare produzione e distribuzione dei farmaci anche in confezioni monodose. Ma già se ne era occupato il Governo Monti con il decreto “Cresci Italia” del 2012, che incaricava l’Aifa di rivedere le modalità di confezionamento dei farmaci, per identificare confezioni ottimali anche di tipo monodose.

A tornare sul tema è stato il direttore generale dell’Aifa Luca Li Bassi (nella foto), intervenuto ieri a Fuori Tg, la rubrica del Tg3 condotta da Maria Rosaria De Medici (qui il video della puntata, per chi l’avesse persa), annunciando appunto un progetto dell’agenzia regolatoria nazionale in materia di introduzione dei farmaci monodose.

Un progetto – ha ammesso lo stesso Li Bassi – che non sarà semplice realizzare, perché comporta un’autentica rivoluzione in un sistema più che consolidato e per essere realizzato dovrà comporre i diversi e spesso divergenti interessi dei molti soggetti coinvolti, a partire da quelli delle aziende produttrici di farmaci. Ma il DG di Aifa sembra essere fiducioso e, in ogni caso, lo studio di percorsi per arrivare alle confezioni monodose non solo è  previsto dal documento della governance farmaceutica ma è anche perfettamente coerente con le posizioni sulle quali è attestata da anni la ministra della Salute Giulia Grillo, ribadite anche ieri in una dichiarazione registrata dall’Ansa: “È una grande battaglia che ho portato avanti già dalla scorsa legislatura”  ha detto infatti la ministra, aggiungendo che la “rivoluzione” dei farmaci sconfezionati, inserita nel documento di governance farmaceutica,  “è una sperimentazione che potrebbe rivoluzionare la vendita dei farmaci al dettaglio nel nostro Paese, sarebbe veramente un grande passo avanti”.

Il progetto è allo studio da qualche settimana: secondo quanto precisato da Li Bassi in un’intervista resa sempre ieri a quotididianosanità.it, se ne sta occupando un gruppo di lavoro interno all’Agenzia, “Entro pochi mesi credo saremo pronti per avviare la fase pilota” ha dichiarato il direttore dell’Aifa. ” Ora stiamo raccogliendo informazioni sulle varie esperienze a livello internazionale (nei paesi anglosassoni il monodose è molto più diffuso ma si sono avviate sperimentazioni anche in Francia), analizzandone problemi e soluzioni e quando saremo pronti ci confronteremo con tutti gli stakeholders: industria, medici, farmacisti e pazienti È qualcosa che dobbiamo fare per gradi e ci vorrà probabilmente molto tempo” ha aggiunto Li Bassi, spiegando che si potrebbe partire per esempio da una classe terapeutica e da un gruppo di farmacie e produttori selezionati attraverso cui sperimentare e perfezionare i meccanismi operativi. “È un cambio culturale che necessariamente dovrà coinvolgere tutti, in primis i pazienti” osserva Li Bassi. “Sarà fondamentale in questo percorso comunicare questa novità perché è del tutto evidente come cambiare l’approccio non è mai semplice. Ma è ora di iniziare”.
Non sembrano destare troppe preoccupazioni nemmeno le possibili reazioni contrarie delle aziende farmaceutiche: secondo Li Bassi,  approdare ai farmaci sconfezionati sarebbe anche “un modo per efficientare la produzione e risparmiare sui costi. In alcuni Paesi per esempio invece di consegnare molti pacchetti i farmaci vengono consegnati in grandi bidoni e in alcune realtà i fogli illustrativi vengono stampati direttamente dal farmacista. Si riducono gli sprechi e si rende più efficiente e sostenibile la produzione”.
Non resta che seguire gli sviluppi del progetto, che come già detto nuovo non è, almeno in termini di proposta, anche se non è mai riuscito a trovare spazio, nonostante la questione delle confezioni dei farmaci sia più volte balzata agli onori delle cronache anche in modo eclatante. Avvenne ad esempio nell’ottobre del 2006, quando Striscia la Notizia mandò in onda un servizio che denunciava il grande spreco di risorse dovuto  all’obbligo di vendere i farmaci in confezioni spesso non commisurate alle comuni e ricorrenti esigenze terapeutiche, stimando un possibile risparmio di oltre 400 milioni di euro (su una spesa che all’epoca era intorno ai 17 miliardi annui) dall’introduzione dei “farmaci sfusi”.

La questione, nello stesso periodo, era all’ordine del giorno anche in Parlamento: sulla scorta di quanto previsto da una legge dell’anno precedente (la 149/2005) che dava mandato all’Aifa  di individuare i farmaci per i quali prevedere obbligatoriamente anche confezioni monodose o confezioni contenenti una singola unità posologica, una deputata della maggioranza di centrosinistra allora al governo,  Donatella Poretti, del grupppo Rosa nel pugno, presentò un emendamento alla Legge finanziaria 2007 per introdurre la possibilità di vendere i farmaci sconfezionati, subito  stroncato dal relatore di maggioranza del provvedimento nella Commissione Affari Sociali della Camera, Leopoldo Di Girolamo (Ulivo). Contrario perchè –  spiegò –  i farmaci sconfezionati non offrirebbero garanzie sanitarie nella distribuzione e i consumatori non riceverebbero le necessarie informazioni sulla composizione delle medicine e le relative controindicazioni.

Le argomentazioni furono sufficienti ad affossare l’emendamento Poretti, ma in quell’occasione (anche perché amplificate da Striscia la notizia) sollevarono molte polemiche, in particolare tra le associazioni consumeriste, che puntarono il dito contro le decisioni di una politica che osteggiava quelle che a loro giudizio erano scelte in grado di proteggere la salute dei cittadini e di produrre benefici economici per le casse dello Stato.

A segnalarsi per il vigore delle proteste fu in particolare l’Aduc, l’Associazione per i diritti degli utenti e Consumatori): “Negli Stati Uniti, portato come Paese ad esempio in cui avvienela distribuzione di farmaci sfusi” affermò il suo consigliere Pietro Yates Moretti, rispondendo alla bocciatura “igienista” di Di Girolamo “il farmacista non infila le mani nude nel barattolo di pillole per consegnarle una ad una al paziente, ma, quando non vengono contate da un macchinario sterile (molto diffuso), i farmacisti seguono regole severissime di igiene per inscatolare queste pillole (supposte, fiale o altro) sfuse; farmaci che poi vengono inseriti in un contenitore di plastica sterile sigillato, su cui viene stampata un’etichetta con data di scadenza, nome del farmaco, posologia, eccetera. In più viene stampato e consegnato il foglietto con tutte le controindicazioni, il tutto obbligatorio per legge”.

Non è escluso che polemiche simili accompagnino anche l’avvio del percorso del progetto annunciato ieri da Li Bassi, anche se c’è da dire (a 13 anni dal  2006) che la tecnologia è molto più avanzata e non mancano certo le soluzioni, sia in termini di igiene che di packaging,  per eliminare in radice argomentazioni come quelle che, all’epoca, Di Girolamo oppose alla sua collega di maggioranza Poretti.

Il che, in ogni caso, non è certo condizione sufficiente per autorizzare a pensare che il percorso verso la vendita di farmaci sconfezionati sarà una passeggiata du salute. Perche è vero che le proposte sui farmaci monodose a volte ritornano, ma è anche altrettanto vero che non riescono a trovare mai compimento.