Adepp su Enpaf: “Giù le mani dalle casse”. E Croce scrive a Di Maio

Roma, 21 novembre –“I farmacisti hanno diritto a un proprio welfare autonomo e sostenibile, gli attacchi alla categoria non sono accetabili”.

Così Alberto Oliveti (nella foto),  presidente dell’Adepp, l’associazione degli enti previdenziali privati, si è schierato risolutamente a fianco dell’Enpaf  nella singolare – e peraltro risolta – vicenda ruotata intorno a un emendamento al disegno di legge di bilancio, a firma del deputato M5S Matteo Dall’Osso, che chiedeva tout court l’abolizione del’ente di previdenza dei farmacisti.

“La cassa previdenziale e assistenziale dei farmacisti ha un suo patrimonio e una sua sostenibilità dimostrata a lungo termine” afferma Oliveti. “Nessuno deve mettere le mani su un ente autonomo che i professionsiti hanno costruito con i loro contributi”.

“All’Enpaf e al suo presidente Emilio Croce” conclude il comunicato del presidente Adepp  “va il sostegno di tutta l’associazione che rappresenta i legittimi interessi di un milione e mezzo di professionisti italiani”.

Lo stesso Enpaf, tuttavia, nonostante l’inevitabile, sonora bocciatura dell’emendamento Dall’Osso per inammissibilità, ha ritenuto di interessare della vicenda il ministro del Lavoro  Luigi Di Maio, che è anche (oltre che il vicepresidente del Consiglio dei ministri) il capo politico del partito di appartenenza di Dall’Osso. In una lettera inviata nella giornata di ieri, Croce segnala al ministro competente l’iniziativa del parlamentare pentastellato, evidenziando come “a giudicare dalle incongruenze e dagli evidenti errori tecnici dell’emendamento, quella dell’on. Dall’Osso sembra essere nient’altro che una pericolosa provocazione con la quale quest’ultimo chiede al Parlamento l’abolizione di un ente di previdenza senza neppure preoccuparsi di indicare le coperture economiche che dovrebbero renderla possibile e senza peraltro precisare chi si sostituirebbe all’Ente nel pagare le pensioni dei farmacisti o nell’incassare i contributi previdenziali degli iscritti”.  Inoltre, segnala ancora Croce, Dall’Osso non fa alcuna menzione “su quale fine farebbe il patrimonio dell’Ente, nonchè il personale che lavora all’interno della Fondazione”.

Messi in fila gli scoperti, evidenti limiti della provocatoria proposta emendativa di Dall’Osso, inevitabilmente naufragata, il presidente dell’Enpaf si preoccupa di sollecitare comunque un autorevole intervento di Di Maio, “nella sua qualità di responsaible della vigilanza degli enti previdenziali e attento interprete dei temi delle professioni”, affinchè “le considerazioni e i suggerimenti, anche critici, sulla previdenza della nostra categoria possano trovare spazio in un ambito dialettico, non mai lanciando, come nel caso di specie, segnali irrispettosi della dignità di un’istituzione che, al pari delle altre casse di previdenza di categoria, oggi svolge più che mai un ruolo suppletivo e sostitutivo della previdenza pubblica, per di più a sostegno dell’economia del Paese”.

Insomma, traducendo in un linguaggio più spiccio e immediato il messaggio fatto pervenire dall’Enpaf al ministro del Lavoro, un conto è confrontarsi (anche duramente, se e quando si rienga di doverlo fare) nel merito di un qualsivoglia tema, con la finalità di portare contributi costruttivi per la soluzione di eventuali  problemi; ben altra faccenda  è prendersi la licenza di lanciare proposte ad capocchiam (per usare un eufemismo), prive di senso e senza alcun futuro, al solo scopo di vedere (neppure di nascosto) l’effetto che fa.  Che è appunto ciò che ha fatto Dall’Osso nel caso di specie, con la classica iniziativa che non sortisce altro effetto che quello di contribuire a dare un colpo di acceleratore al già troppo veloce percorso di imbarbarimento del dibattito politico all’interno delle istituzioni della Repubblica: il far viaggiare le parole (e peggio ancora le proposte) in assoluta libertà, pensando di non doverne rendere conto a nessuno, nemmeno alla logica, si risolve infatti in un inevitabile vulnus per il Parlamento, che pure – a termini di Costituzione – è la sede di quella sovranità popolare che i due alleati del governo in carico indicano come la stella polare di ogni loro atto e pensiero.

La nota di Croce a Di Maio, dunque, alla fine altro non è che un richiamo ai principi basilari del civismo e della civiltà, che passano necessariamente anche attraverso il rispetto delle istituzioni, che non deve mai venire meno da parte di nessuno e men che meno da parte di chi ha l’alto onore e responsabilità di farne parte pro tempore.

Sarà interessante, ora, verificare se e in che modo il titolare del Lavoro riscontrerà la nota di Croce: la risposta del ministro sarà infatti, in qualche modo, un ulteriore piccolo ma probante indicatore del livello al quale è arrivato l’esercizio dell’alto ufficio della rappresentanza parlamentare nel nostro Paese.