Allergie alimentari, ancora polemiche sui test proposti in farmacia

Roma, 10 settembre – Allergie alimentari, tornano i dubbi e le polemiche sulla attendibilità dei test proposti ed eseguiti in farmacia. Secondo alcuni ricercatori della Società italiana di Allergologia, Asma e Immunologia clinica si tratta di prodotti che, basandosi solo su concetti teorici, illudono di poter diagnosticare allergie e intolleranze alimentari ma, in realtà non sono validati scientificamente e non garantiscono alcuna specificità, sensibilità ed efficienza.

Manca alla base di questi test la fase sperimentale di verifica e anzi,  secondo i già citati ricercatori della Siaaic, sono state condotte ricerche che ne hanno dimostrato l’inaffidabilità.

Una diagnostica attendibile dell’allergia alimentare si basa infatti su cinque cardini: l’anamnesi dello specialista allergologo basata, se possibile, su diari alimentari scritti dal paziente stesso, che riportino sintomi e dieta di un mese circa; 2) l’eventuale somministrazione di diete di eliminazione e provocazione diagnostiche, la cui durata è variabile da uno a due mesi; 3) l’eventuale esecuzione di determinati test cutanei; 4) in casi specifici, l’esecuzione di ricerca di IgE per allergeni; 5) quando necessario, l’utilizzo della diagnostica molecolare per componenti allergeniche.

I test utilizzati in farmacia esulano invece da questo ambito, come sottolineato dalla Fnomceo, la Federazione dell’Ordine dei Medici già nel 2015, in un approfondimento condotto coinvolgendo i presidenti della Siaaic, dell’Aaito (Associazione Allergologi Immunologi territoriali e ospedalieri) e della  e Siaip (la Società italiana di Allergologia e Immunologia pediatrica), concluso da un elenco dei test che l’Ordine dei medici considera privi di validità scientifica.

Il primo è il test di provocazione-­neutralizzazione intradermico: l’allergene viene somministrato per via intradermica, si attendono 10-12 minuti per valutare la comparsa di sintomi. I sintomi riprodotti non sono specifici né per gravità o tipologia. Inaffidabile anche il test kinesiologico: il paziente afferra con la mano la bottiglia di vetro che contiene l’alimento da testare, mentre con l’altra mano spinge contro quella dell’esaminatore. La presunta perdita di forza nell’opporre resistenza viene vista come segnale della presenza di un’allergia nei confronti del contenuto della bottiglia. La versione moderna di questo test si chiama Dria: la forza viene misurata a livello di quadricipite, legando alla caviglia del paziente una cinghia collegata al peso da sollevare e al pc. Pollice verso anche per il Vega Test, che si basa sull’applicazione di corrente elettrica in punti specifici del corpo che corrispondono ai punti dell’agopuntura nella medicina cinese. L’apparecchio ha due elettrodi: uno applicato sulla cute, l’altro alla macchinetta. Sonora bocciatura anche per la biorisonanza, che si basa sulla convinzione che il corpo emetta onde elettromagnetiche “buone” o “cattive”, misurabili con un determinato strumento che poi le rimanderebbe al paziente in versione “purificata”. Condanna senza appello anche per il test del capello, che trova l’unica applicazione scientifica nella ricerca di eventuali droghe, e per il test citotossico: al sangue o alle sospensioni di globuli bianchi viene aggiunto uno specificio allergene che – in caso di allergia – dovrebbe modificare le cellule, fino alla loro lisi. Il metodo non ha mai trovato validazione scientifica e non è riconosciuto dalle società scientifiche di allergologia nazionali e internazionali.
C’è il rischio, insomma, che le farmacie – poco importa se in assoluta buona fede – diano spazio e accreditino quelli che la Fnomceo, nel suo sito, non esita a definire “test bufala”.

Gli esperti hanno chiarito come affrontare, in modo corretto e sicuro, una intolleranza alimentare, e lo hanno fatto con termini che non si dovrebbero mettere in discussione, in quanto anche la nostra categoria proviene da un percorso universitario basato su studi scientifici” annotava venerdì scorso  su un forum professionale la farmacista Antonella Zisa, socia Asfi, intervenendo  sull’argomento e osservando che, se ci sono farmacisti che decidono comunque di svolgere questi test nelle loro farmacie, non possono poi risentirsi se “gli altri professionisti della Sanità, collocano la farmacia nello stesso calderone delle palestre, dei centri estetici e affini”.

Un’osservazione certamente di buon senso e che meriterebbe più di una rilfessione, anche alla luce del fatto che a essere in aumento non è tanto il  fenomeno delle allergie alimentari quanto la sua percezione.  Il crescente interesse per le questioni di salute, giustamente collegate anche a una corretta alimentazione, “ha trasformato impropriamente” scrive la Fnomceo “un fatto medico-sanitario in un intervento fai da te”.
La posizione della federazione professionale dei medici, al riguardo, è chiara:  i dati dicono che “l’epidemiologia dell’allergia alimentare non è chiara ma c’è un generale consenso sulla differenza esistente fra la percezione di allergia alimentare nella popolazione (circa il 20%), rispetto all’incidenza reale del fenomeno, che stima la prevalenza dell’allergia alimentare intorno al 2-4 % della popolazione adulta”.

Ancora una volta, dunque, è solo e soltanto una questione  di scelte, che andrebbero assunte ricordandosi sempre che quella del farmacista è un’attività pubblica e sotto gli occhi di tutti e che l’identità degli uomini (e ancora di più quella dei professionisti)  non è definita dalle parole che dicono, ma dalle azioni che compiono.