CdS: farmacisti-grossisti, devono operare
con due codici distinti

Roma, 27 settembre – Anche dopo il processo di liberalizzazione del settore farmaceutico, il farmacista, una volta autorizzato al commercio all’ingrosso può ritenersi legittimato ad operare nella duplice veste di grossista e di dettagliante, ma deve utilizzare codici diversi per lo svolgimento delle due diverse attività, necessità preordinata per assicurare la tracciabilità dei farmaci e dunque la trasparenza delle vendite, evitando quelle su mercati paralleli, e che va a garanzia anche della salute pubblica.

Questo, in sintesi,  il contenuto della sentenza n.5486/2018 del Consiglio di Stato, sezione III, pubblicata il 21 settembre scorso. Ha ricordato la Sezione che alla luce del decreto legislativo 24 aprile 2006, n. 219 (Codice comunitario concernente i medicinali per uso umano),  chiunque intenda svolgere attività di distribuzione all’ingrosso di medicinali deve possedere un’autorizzazione rilasciata dalla regione o dalla provincia autonoma ovvero dalle altre autorità competenti, individuate dalla legislazione delle regioni o delle province autonome, nella quale sono indicati i locali oggetto dell’attività (art. 100).

I giudici hanno aggiunto che, ai sensi degli artt. 104 e 105 del d.lgs. n. 219/2006, è necessario garantire il servizio pubblico, ovvero la permanenza di un assortimento di medicinali sufficiente a rispondere alle esigenze di un territorio geograficamente determinato, nei limiti di cui i citati medicinali siano forniti dai titolari di Aic, e di provvedere alla consegna delle forniture richieste in tempi brevissimi su tutto il territorio in questione.  A tal fine, non possono essere sottratti, alla distribuzione e alla vendita per il territorio nazionale, i medicinali per i quali sono stati adottati specifici provvedimenti al fine di prevenire o limitare stati di carenza o indisponibilità, anche temporanee, sul mercato o in assenza di valide alternative terapeutiche.