Servizi sanitari essenziali 20 milioni di italiani li pagano di tasca propria

Roma, 17 giugno 2019 – Per ottenere prestazioni essenziali prescritte dal medico quasi 20 milioni di italiani sono costretti a mettere mano al portafoglio e pagare di tasca propria. Questo il dato utilizzato per  sintetizzare i risultati del IX Rapporto Rbm-Censis presentatato  Roma il 13 giugno al «Welfare Day 2019», a cui sono intervenuti, tra gli altri,  Marco Vecchietti (nella foto), amministratore delegato di Rbm Assicurazione Salute, Giuseppe De Rita e Francesco Maietta, rispettivamente presidente e responsabile dell’Area Politiche sociali del Censis, e Claudio Durigon, sottosegretario del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

A illustrare i contenuti principali della grande indagine Rbm-Censis realizzata su un campione nazionale di 10.000 cittadini maggiorenni statisticamente rappresentativo della popolazione è una nota dello stesso Censis: sono 19,6 milioni gli italiani che nell’ultimo anno, per almeno una prestazione sanitaria, hanno provato a prenotare nel Servizio sanitario nazionale e poi, constatati i lunghi tempi d’attesa, hanno dovuto rivolgersi alla sanità a pagamento, privata o intramoenia. Il rapporto usa la definizione “forzati della sanità di tasca propria”, a causa di un Servizio sanitario che non riesce più a erogare in tempi adeguati prestazioni incluse nei Lea (Livelli essenziali di assistenza) e prescritte dai medici. In 28 casi su 100 i cittadini, avuta notizia di tempi d’attesa eccessivi o trovate le liste chiuse, hanno scelto di effettuare le prestazioni a pagamento (il 22,6% nel Nord-Ovest, il 20,7% nel Nord-Est, il 31,6% al Centro e il 33,2% al Sud). Transitano nella sanità a pagamento il 36,7% dei tentativi falliti di prenotare visite specialistiche (il 39,2% al Centro e il 42,4% al Sud) e il 24,8% dei tentativi di prenotazione di accertamenti diagnostici (il 30,7% al Centro e il 29,2% al Sud). I Lea, a cui si ha diritto sulla carta, in realtà sono in gran parte negati a causa delle difficoltà di accesso alla sanità pubblica.

Resta grave il problema delle liste d’attesa in media, servono 128 giorni per una visita endocrinologica, 114 giorni per una diabetologica, 65 giorni per una oncologica, 58 giorni per una neurologica, 57 giorni per una gastroenterologica, 56 giorni per una visita oculistica. Tra gli accertamenti diagnostici, in media 97 giorni d’attesa per effettuare una mammografia, 75 giorni per una colonscopia, 71 giorni per una densitometria ossea, 49 giorni per una gastroscopia. E nell’ultimo anno il 35,8% degli italiani non è riuscito a prenotare, almeno una volta, una prestazione nel sistema pubblico perché ha trovato le liste d’attesa chiuse. Un’insormontabile barriera all’accesso al sistema pubblico, che costringe a rivolgersi al privato anche per effettuare prestazioni necessarie prescritte dai medici.

Per avere le prestazioni necessarie, rivela l’indagine, bisogna “surfare” tra pubblico e privato a pagamento: il 62% di chi ha effettuato almeno una prestazione sanitaria nel sistema pubblico ne ha effettuata almeno un’altra nella sanità a pagamento: il 56,7% delle persone con redditi bassi, il 68,9% di chi ha redditi alti. Per ottenere le cure necessarie (accertamenti diagnostici, visite specialistiche, analisi di laboratorio, riabilitazione, ecc.), tutti ‒ chi più, chi meno ‒ devono surfare tra pubblico e privato, e quindi pagare di tasca propria per la sanità. E sono 13,3 milioni le persone che a causa di una patologia hanno fatto visite specialistiche e accertamenti diagnostici sia nel pubblico che nel privato, per verificare la diagnosi ricevuta (una caccia alla «second opinion»). Combinare pubblico e privato è ormai il modo per avere la sanità di cui si ha bisogno. Spendere per la salute  è ormai inevitabile e necessario per tutti.

Oltre a tentare di prenotare le prestazioni sanitarie nel sistema pubblico e decidere se attendere i tempi delle liste d’attesa oppure rivolgersi al privato, di fronte a una esigenza di salute stringente, molti cittadini si sono rassegnati, convinti che comunque nel pubblico i tempi d’attesa sono troppo lunghi. Nell’ultimo anno il 44% degli italiani si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico. È capitato al 38% delle persone con redditi bassi e al 50,7% di chi ha redditi alti. Ancora una volta: tutti, al di là della propria condizione economica, sono chiamati a mettere mano al portafoglio per accedere ai servizi sanitari necessari.

Nel 2018 la spesa sanitaria privata è lievitata a 37,3 miliardi di euro: +7,2% in termini reali rispetto al 2014. Nello stesso periodo la spesa sanitaria pubblica ha registrato invece un -0,3%. La spesa privata riguarda prestazioni sanitarie necessarie o inutili? Di sicuro tutte quelle svolte nel privato dopo il fallito tentativo di prenotazione nel sistema pubblico sono state prescritte da un medico. Tra quelle effettuate direttamente nel privato hanno una prescrizione medica il 92,5% delle visite oncologiche, l’88,3% di quelle di chirurgia vascolare, l’83,6% degli accertamenti diagnostici, l’82,4% delle prime visite cardiologiche con Ecg. Sono numeri che riguardano prestazioni necessarie, non un ingiustificato consumismo sanitario.

“La spesa sanitaria privata media per famiglia ha raggiunto quota 1.437 euro. Nella maggior parte dei percorsi di cura gli italiani si trovano a dover accedere privatamente a una o più prestazioni sanitarie. E la necessità di pagare di tasca propria cresce in base al proprio stato di salute (per i cronici la spesa sanitaria privata è in media del 50% più elevata di quella ordinaria, per i non autosufficienti è in media quasi 3 volte quella ordinaria) e all’età (per gli anziani la spesa sanitaria privata è in media il doppio di quella ordinaria)” ha detto l’AD di Rbm Assicurazione Salute Vecchietti. “La situazione è aggravata dal costante allungamento delle liste d’attesa. Di fronte a questi numeri, il 44% dei cittadini si rivolge direttamente al privato anche per le cure che rientrano nei Livelli essenziali di assistenza del Servizio sanitario nazionale. Non è più sufficiente limitarsi a garantire finanziamenti adeguati alla sanità pubblica, ma è necessario affidare in gestione le cure acquistate dai cittadini al di fuori del Ssn attraverso un secondo pilastro sanitario aperto. Bisogna raddoppiare il diritto alla salute degli italiani” ha concluso Vecchietti “garantendo a tutti la possibilità di aderire alla sanità integrativa, perché un sistema sanitario universalistico è incompatibile con una necessità strutturale di integrazione individuale pagata direttamente dai malati, dagli anziani e dai redditi più bassi“.

Non sarà inopportuno ricordare che, a fare da contraltare all’asserita necessità di quote maggiori di assistenza integrativa ci cono gli studi dell’Osservatorio Gimbe:o “Le nostre analisi  confermano che oggi le potenzialità della sanità integrativa sono compromesse da un’estrema deregulation che da un lato ha permesso ai fondi integrativi di diventare prevalentemente sostitutivi mantenendo le agevolazioni fiscali, dall’altro alle compagnie assicurative di intervenire come “ri-assicuratori” e gestori dei fondi in un contesto creato per enti no-profit”  aveva dichiarato al riguardo il presidente Nino Cartabellotta, illustrando i dati di un report indipendente realizzato dalla Fondazione Gimbe ia inizio dell’anno in corso. In materia del cosiddetto “secondo pilastro”, viene invocato  una sorta di Testo Unico in grado di restituire alla sanità integrativa il suo ruolo originale, ovvero quello di rimborsare esclusivamente prestazioni non incluse nei Lea, evitare che il denaro pubblico, sotto forma di incentivi fiscali, venga utilizzato per alimentare i profitti dell’intermediazione finanziaria e assicurativa, tutelare cittadini e pazienti da derive consumistiche dannose per la salute, assicurare una governance nazionale, oggi minacciata dal regionalismo differenziato e, infine,  garantire a tutti gli operatori del settore le condizioni per una sana competizione.

“Ma ancora prima” sostiene Cartabellotta, per il quale il necessario intervento legislativo sui fondi integrativi va inscritto a buon diritto nella campagna Gimbe per salvare il Ssn “è indispensabile che il ministero della Salute renda pubblicamente accessibile l’anagrafe dei fondi sanitari integrativi per offrire ai cittadini e agli enti di ricerca un’adeguata trasparenza”.