L’Ufficio parlamentare di Bilancio boccia il Def e i conti del governo

Roma, 10 ottobre -L’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) non ha validato le previsioni macroeconomiche 2019 contenute nella nota di aggiornamento al Def (Nadef), giudicando una deviazione ‘significativa’ della regola sul saldo strutturale a cui si aggiunge una deviazione significativa “anche per la regola della spesa”.

In altri termini, l’Upb ritiene che i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico – rispetto alle stime elaborate– rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del Pil reale (1,5 per cento) sia di quello nominale (3,1 per cento nel 2019), variabile quest’ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica. A comunicare la bocciatura è stato lo stesso presidente dell’Upb Giuseppe Pisauro,  professore ordinario di Scienza delle Finanze alla Sapienza di Roma, attualmente fuori ruolo, da anni a capo di quella che è di fatto una sorta di authority indipendente dei conti e rappresenta uno dei meccanismi di contrappeso adottati dopo la riforma che ha introdotto il pareggio di bilancio in Costituzione, per portare trasparenza tecnica nell’iter della formazione dei conti pubblici italiani e limitare la tentazione, sempre dietro l’angolo, di un eccessivo ottimismo nelle previsioni macroeconomiche che i governi indicano nel Def e nella relativa nota di aggiornamento. Pisauro ha illustrato il “verdetto” nel corso dell’audizione tenuta ieri davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato.

Per comprendere meglio cosa accadrà dopo la bocciatura tecnica delle cifre della “Manovra del Cambiamento”, è il caso di richiamare l’iter dell’intero processo: prima della messa a punto del Def, il governo comunica il quadro tendenziale, vale a dire l’andamento dei conti pubblici e delle stime macro, prima dell’adozione della Nota. Quindi, dopo il varo di quest’ultima, vengono consegnate all’Upb anche le previsioni ‘programmatiche’ che tengono conto dell’impatto delle misure che saranno adottate. L’eventuale valutazione negativa del Def comporta per il governo la necessità di una modifica per il quadro tendenziale. Nel caso di bocciatura delle stime programmatiche, come nel caso di specie, un terzo dei parlamentari delle Commissioni Bilancio possono riconvocare in audizione il ministro dell’Economia, che può modificare le stime o motivare la decisione di non fare variazioni.

A questo riguardo, secondo voci filtrate da fonti governative, il ministro dell’Economia Giovanni Tria sarebbe appunto pronto a tornare già oggi o domani davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato per replicare ai rilievi dell’Upb. Secondo quanto riferiscono i giornali di informazione, gli uomini forti del Governo, i vicepresidenti Luigi Di Maio e Matteo Salvini, hanno già dichiarato che la manovra, con buona pace delle bocciature arrivate da Ue, Banca d’Italia, Corte dei Conti e da ultimo dall’Upb, non cambierà rotta.
Soprattutto a beneficio di quegli esponenti del M5S che, con riflesso pavloviano, hanno subito cominciato a strepitare accusando Pisauro di essere stato nominato da Matteo Renzi, è il caso di ricordare che non è la prima volta che l’Ufficio parlamentare di bilancio (che esiste dal 2012) boccia i numeri scritti dal governo nella nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. Il precedente risale a soli due anni fa: era infatti il 2016 quando l’Ubp bollò proprio la manovra del Governo Renzi, elaborata dall’allora titolare del MEF Pier Carlo Padoan, ritenendo le stime in essa indicate “contrassegnate da un eccesso di ottimismo”.
Per la cronaca (e la memoria) anche in quell’occasione il Governo aveva scelto la strada di una sovrastima della crescita del Pil (portata dallo 0,6% all’1%, ovvero lo 0,4% in più) e reclamato uno sforamento del deficit, motivandolo con “eventi eccezionali” (migranti e terremoto). Motivazioni all’epoca violentemente contestate dagli attuali inquilini di Palazzo Chigi: più che di corsi e ricorsi della storia, però, si tratta dello stucchevole gioco delle parti della politica, che nel nostro Paese è sempre molto vecchia anche quando si presenta come nuova.
Lo scopo di Padoan era del tutto analogo a quello dell’odierno governo gialloverde: far tornare almeno sulla carta i conti di deficit e debito (misurati in rapporto al Pil),  ritoccando verso l’alto la crescita dello stesso Prodotto interno lordo. Quei conti, però, così come le stime per gli anni successivi indicate in quel Def, vennero giudicati “significativamente fuori linea” da Pisauro. Renzi di lì a poco dovette lasciare Palazzo Chigi per l’esito per lui infausto del referendum costituzionale, anche se il suo governo condusse prima in porto la manovra, che Padoan non cambiò nella sostanza, spiegando le ragioni del governo davanti al Parlamento ma preoccupandosi comunque di superare i rilievi dell’Upb attraverso alcune modifiche mirate.

Resta ora da vedere, dopo la valutazione negativa e molto severa dell’Upb (che – è bene precisarlo, in un clima dove viene evocato il sospetto di complotto degli “apparati che remano contro” anche se va semplicemente via la luce per una temporanea interruzione dell’energia elettrica-   nasce da analisi meramente tecniche, che hanno a che fare con la matematica e non con la politica) come deciderà di nuoversi il Governo, anche se le gia ricordate, immediate prime reazioni di Salvini e Di Maio lasciano ampiamente intendere ceh la linea sarà quasi certamente quella del “tiremm innanz!”