Prescrizione di farmaci per Ip e farmacisti, gli Isf ricordano Cochrane

Roma, 2 settembre – Nella gestione delle condizioni croniche, la prescrizione da parte di farmacisti e infermieri adeguatamente formati offre risultati simili alla prescrizione da parte dei medici. A ricordarlo è un articolo pubblicato sul sito di Fedaiisf, la federazione degli informatori scientifici del farmaco,  che  ripropone la revisione Cochrane pubblicata nel novembre 2016, effettuata su 45 studi che avevano confrontato la prescrizione dei medici con la prescrizione di altri professionisti sanitari

L’attenzione di Cochrane si era concentrata su prescrittori indipendenti, i professionisti sanitari (infermieri e farmacisti, ma anche dentisti, ostetriche, optometristi, podologi e fisioterapisti) che nell’ambito delle proprie competenze e previa formazione specifica sono grado di avviare, modificare o interrompere una terapia farmacologica senza una stretta supervisione dei medici.

La maggior parte degli studi sottoposti a revisione riguardava la gestione delle malattie croniche nelle strutture di assistenza primaria, in linea con una delle principali ragioni alla base della prescrizione indipendente, nata come possibile soluzione – in una situazione di forte crescita della domanda di risorse e servizi sanitari da una parte e di carenza di medici in alcune specialità dall’altra – per migliorare l’accesso ai farmaci, liberare il tempo dei medici e sfruttare meglio le capacità di professionisti.

Gli esiti di quello studio erano stati confortanti: la prescrizione di infermieri o farmacisti aveva infatti prodotto  risultati del tutto comparabili a quelli della prescrizione medica in materia di terapie per la pressione arteriosa sistolica, l’emoglobina glicata, le lipoproteine a bassa densità, i farmaci per l’aderenza, la soddisfazione dei pazienti e la qualità della vita correlata alla salute. I ricercatori di Cochrane non mancarono comunque di rilevare nelle loro conclusioni del novembre 2016 che era stato difficile determinare l’impatto della prescrizione non medica rispetto a quella medica e che gli sforzi futuri dovrebbero essere diretti verso studi più rigorosi in grado di identificare chiaramente gli aspetti clinici, riferiti dai pazienti, l’uso delle risorse e gli esiti economici della prescrizione non medica, sia nei Paesi ad alto reddito che a basso reddito.

La revisione Cochrane, tuttavia, fornì alcune rassicurazioni sul fatto che prescrittori indipendenti adeguatamente formati possono prescrivere terapie in particolare per i pazienti in condizioni di cronicità con la stessa efficacia dei medici. Ed è proprio nella gestione di malattie croniche come ipertensione arteriosa e diabete che i prescrittori infermieri e farmacisti possono essere paticolarmente utili. Alcuni dei dati emersi dallo studio: nel caso delle terapie per la pressione sanguigna, i pazienti a cui sono stati prescritti farmaci da infermieri o farmacisti (4.229 partecipanti in 12 studi) avevano una pressione arteriosa sistolica inferiore rispetto a quelli prescritti dai medici (-5,31 mmHg, intervallo di confidenza al 95% [CI] da -6,46 a -4,16). Analoghi i risultati registrati  nelle terapie anticolesterolo e nella gestione dei livelli glicemici. Nel primo caso,  le persone a cui erano stati prescritti farmaci da infermieri o farmacisti avevano livelli di lipoproteine a bassa densità inferiori rispetto a quelli prescritti dai medici (da -0,21 mmol / L, IC al 95% da -0,29 a -0,14; in sette studi, coinvolgendo 1.469 partecipanti). Nel secondo, i pazienti che avevano assunto le medicine prescritte da infermieri o farmacisti avevano emoglobina glicata inferiore (HbA1c, una misura a lungo termine del controllo della glicemia) rispetto a quelli prescritti dai medici (-0,62%, IC al 95% da -0,85% a -0,38%; in sei prove, con 775 partecipanti).

Del tutto sovrapponibili l’aderenza alla terapia da parte dei pazienti, la loro soddisfazione e  la qualità della vita correlata alle condizioni di salute. La revisione di tre anni fa non potè però valutare se  la prescrizione da parte di professioni non mediche è in grado di produrre risparmi sui costi complessivi, nè disporre di informazioni sufficienti sugli eventi avversi,  il cui numero era risultato peraltro sovrapponibile tra i gruppi di prescrizione medica e indipendente. Fu anche per queste ragioni che i ricercatori Cochrane evidenziarono la necessità di altri e più rigorosi studi per valutare meglio i risultati e gli eventuali  benefici che possono derivare dalla prescrizione di farmaci affidata ad altri professionisti della salute.

Resta il fatto che quella della prescrizione indipendente è una realtà in vigore dal 2006 nel Regno Unito dove infermieri, farmacisti, dentisti e altri professionisti sanitari sono ammessi a prescrivere farmaci all’interno della loro ambito di competenza dopo adeguati percorsi di formazione. Una possibilità ovviamente regolata dalla legge e che oltre Manica ha già portato 19 mila infermieri a diventare prescrittori di medicine.

Al riguardo, il National prescribing center, l’ente del servizio sanitario nazionale inglese che dal 2011 è parte integrante del Nice (l’Istituto nazionale per la salute e l’eccellenza nella cura) e che per la qualità del suo lavoro e l’indipendenza delle sue revisioni è un elemento chiave per l’elaborazione delle strategie nazionali in materia di farmaci,  ha pubblicato una guida alla prescrizione non medica. La guida afferma che i prescrittori non medici possono aiutare le organizzazioni del Nhs a raggiungere gli obiettivi di riferimento, fornire assistenza urgente e fuori orario e soddisfare gli standard di assistenza di qualità per condizioni a lungo termine. 

Ma aperture alla prescrizione di farmaci ad altre figure professionali si registrano (sia pure in diversa misura e con differenti modalità) anche in Francia e in Spagna. In Italia, la possibilità di consentire la prescrizione dei farmaci da parte degli infermieri, con modalità da approfondire, venne ventilata nel  marzo del 2018 dall’allora direttore generale dell’Aifa Mario Melazzini in occasione del congresso nazionale della Fnopi e poi reiterata in un editoriale pubblicato sul sito dell’Agenzia, dove il Dg evidenziava il ruolo fondamentale degli infermieri “nel rapporto quotidiano con il malato, … figura di riferimento per garantire l’aderenza terapeutica e la sostenibilità del sistema, evitando trattamenti inappropriati e conseguente spreco di risorse pubbliche”. 

L’apertura di Melazzini venne però subito stroncata dai rappresentati della professione medica: “La prescrizione non è un fatto automatico e non può prescindere dalla valutazione complessiva del malato” affermò il presidente della Fnomceo Filippo Anelli. “Anche nell’ambito della cronicità ogni volta vanno valutati aggiustamenti terapeutici, vanno monitorate le risposte del paziente e messe in conto le eventuali interazioni, se il malato, come sempre più spesso accade, è in politerapia”.

Prescrivere, incomma, è un atto di esclusiva competenza medica. E, per i medici, tale deve restare,

 

• Cochrane. Prescribing roles for health professionals other than doctors