Gazzaniga (Università Milano): “Generici, da liste trasparenza
soltanto confusione”

Roma, 25 luglio – Non è passata inosservata la notazione della Fondazione Gimbe a margine del Rapporto Osmed 2017 sul consumo dei farmaci nel nostro Paese, relativa ai quasi 3 miliardi di ticket pagati dai cittadini. In particolare, Gimbe ha sottolineato in rosso come uno di quei tre miliardi sia pagato dal cittadino non in ragione di un obbligo ma di una sua autonoma decisione: è infatti la differenza di prezzo che devono corrispondere coloro che in farmacia, scelgono i farmaci branded (originatori o copie di marca che siano)  in luogo del corrispondente generico, pagando la differenza di prezzo.

Una scelta, secondo Gimbe,  che è anche conseguenza  della perdurante diffidenza dei cittadini nei confronti dei generici. Affermando di essere “impressionato” dal dato, è intervenuto sulla questione, con una lettera a quotidianosanità.it, il presidente del Comitato di direzione della Facoltà di Scienze del Farmaco dell’Università di Milano Andrea Gazzaniga (nella foto), formulando un interrogativo cruciale: oltre ai cittadini, non è che in maniera proporzionale diffidano dei generici  “anche medici che prescrivono e farmacisti che dispensano questi medicinali?”
“Di fatto, poco meno di due terzi di coloro che entrano in farmacia con la prescrizione di un medicinale contenente un principio attivo a brevetto scaduto decidono di non avvalersi del possibile risparmio legato alla scelta del prodotto generico”
scrive Gazzaniga, che poi si interroga sulla possibili ragioni della spiccata diffidenza che colloca l’Italia al penultimo posto su 27 Paesi per quanto riguarda il consumo di generici, sia in termini di volumi che di valori.
Ragioni che, per quanto “non facili da trovare”, andrebbero  ricercate “nel non ineccepibile percorso di ‘sostituibilità’ strettamente legato alle liste di trasparenza”.
“Sono redatte in modo tale da rendere oggettivamente e complessivamente affidabile, e univoco, l’atto sostitutivo da parte del farmacista?” si chiede Gazzaniga, al solo scopo di dare una risposta “senza ombra di dubbio negativa”.

Le liste di trasparenza continuano a mostrare i limiti già sussistenti quando sono apparse nella loro veste attuale oltre dieci anni fa” scrive il docente milanese, che ne individua la principale debolezza nella loro duplice natura, essere state concepite con funzione non solo tecnico-scientifica (“in quanto dovrebbero appunto raggruppare medicinali bioequivalenti”, scrive Gazzaniga)  ma anche tecnico-amministrativa.
“I maggiori problemi derivano dalla circostanza che molto frequentemente si trovano raggruppati nello stesso elenco l’originatore, in qualche caso addirittura gli originatori, i generici e le già sopra ricordate “vecchie” specialità-copia con marchio, registrate prima che entrasse in vigore la legge 425/96 che introduceva, come necessari alla concessione dell’AIC, gli studi di bioequivalenza” scrive Gazzaniga, aggiungendo che, in qualche caso, “vengono accomunate tipologie di forme di dosaggio così diverse da escludere l’eventualità di una biodisponibilità confrontabile (la bioequivalenza appunto)”.

Il problema, per  il presidente della facoltà di Scienze del farmaco di Milano, è che “in alcuni casi non è facile individuare l’originatore; in altri non lo si identifica affatto. Tale confusione non può che preoccupare: una volta inseriti nello stesso elenco, tutti i medicinali sono a pieno titolo a disposizione del farmacista per la proposta di sostituzione”.
L’ultimo dubbio, Gazzaniga lo riserva alla scelta di chi, pensando che la mancata affermazione dei medicinali generici potesse derivare dal brutto aggettivo scelto per identificarli, propose di cambiarlo in medicinali equivalenti. Il docente milanese  si chiede se chi ha avanzato la proposta fosse “a conoscenza delle differenze, non solo semantiche, che intercorrono fra preparati farmaceutici equivalenti e preparati farmaceutici bioequivalenti”.

“C’è la sensazione che, a certi livelli, permanga un po’ di confusione su questi aspetti” conclude Gazzaniga. “È un peccato: sul fronte mediatico incalzano infatti i biosimilari e, anche in questo caso, una adeguata cultura farmaceutica risulterebbe di grande aiuto per affrontarne le essenziali problematiche”.