Gizzi: “Presa in carico cronicità, farmacie non devono essere escluse”

Roma, 2 novembre – Il tema della presa in carico dei pazienti cronici non deve rischiare la fine di altri temi cruciali per la farmacia territoriale (come la nuova remunerazione, la pharmaceutical care e per la farmacia dei servizi), diventati nel tempo più materia per dibattiti tanto infiniti quanto privi di effetti concreti. A mettere in guardia contro questa possibile deriva di una delle principali e più attuali questioni legate al ruolo e alle funzioni future delle farmacie di comunità è  Venanzio Gizzi (nella foto), presidente di Assofarm, nell’editoriale a sua firma pubblicato sull’ultimo numero del notiziario associativo.

Gizzi ricorda il percorso poco virtuoso compiuto da argomenti fondamentali, primo tra tutti la nuova remunerazione, sollevato per la prima volta nel 2006 proprio da Assofarm e inizialmente liquidato come   “cosa non prioritaria”, salvo poi  assurgere progresivamente nel tempo alla dignità di “necessità nazionale, senza però che, all’alba del rinnovo della Convenzione, sia stato davvero condiviso cosa si intenda con essa“.

Sorte identica per la pharmaceutical care, “oggi sulla bocca di molti senza che quasi nessuno si stia prendendo la briga di passare dalle parole ai fatti”  e per la farmacia dei servizi, che – scrive Gizzi – fu sì oggetto di una legge nel 2009, il cui risultato concreto è stato però quello di chiarire “quale misera concezione di servizi si intendesse riservare alla farmacia“.

Per la presa in carico delle cronicità, secondo Gizzi, il rischio è quello di assistere a un analogo percorso:  le iniziative concrete, come Adhere, il progetto finalizzato all’aderenza terapeutica avviato dalla Asl Toscana Sud Est, diretta da Enrico Desideri, con la partecipazione della stessa Assofarm, di Federfarma e di Fofi, prima ancora dei che iniziassero a muovere i loro primi passi, sono stati il pretesto per “disquisizioni”“ripensamenti regionali su chi voleva partecipare. Tutte cose che hanno sapientemente frenato il suo primo passo bloccandolo nel limbo delle parole”.

Ora, però, . scrive Gizzi, “finalmente sembra che si parta“, anche se l’impressione è che non sia stato ancora sgombrato il campo da quello che sembra essere l’ostacolo più rilevante, ovvero la “sostanziale e mai apertamente dichiarata assenza di considerazione per la farmacia da parte del decisore politico”. Un’affermazione circostanziata da una serie di considerazioni, a partire da quella che vede le farmacie del tutto assenti nella “strategia di deospedalizzazione delle cure delle cronicità” che, scrive Gizzi, rappresenta “la più grande novità degli ultimi anni”.  Significative le domanda che si pone il presidente di Assofarm: “Quante farmacie fanno parte attiva delle Case della salute? Neanche una”. E nei  team di assistenza domiciliare integrata (Adi) ci sono tutti, “medici, infermieri, fisioterapisti, Oss, ma non farmacisti”.

Alla partecipazione dei farmacisti ai programmi di presa in carico del paziente cronico ostano probabilmente alcuni impedimenti, riconosce Gizzi, come la necessità di una “maggiore formazione sui farmaci innovativi che oggi (i farmacisti delle farmacie di comunità, NdR) non conoscono perché spesso esclusivamente distribuiti dalle farmacie ospedaliere”. Ma non esistono ragioni sanitarie perché questi farmaci non vengano distribuiti dalle farmacie del territorioi, e in ogni caso il gap di conoscenze è agevolmente superabile con adeguati e specifici percorsi di aggiornamento.  “Riteniamo che il farmacista debba  anche aver accesso a strumenti tecnici relativi alle patologie affrontate dall’Adi”  sostiene ancora Gizzi. “Ciò faciliterebbe il suo compito, a patto che egli sappia usare al meglio le informazioni contenute in questi database. Il tutto, ben inteso, nel rispetto dei ruoli dei singoli protagonisti”.

Il progetto sperimentale Adhere, ad avviso di Gizzi, potrebbe essere il terreno di prova per dimostrare come il farmacista di comunità sia in grado di  “lavorare su questi aspetti critici, e pertanto gli offre la possibilità di dimostrare sul campo i suoi meriti. Meriti per di più validati da un comitato scientifico indipendente che avrà il compito di valutare, oltre all’aderenza, le effettive efficace ed efficienze di spesa dalla presa in carico. È necessario dunque accelerare l’avvio di Adhere che significherebbe oggi, una volta tanto, produrre fatti concreti e passare dal mito all’attuazione». Se ciò non avvenisse e Adhere fosse lasciato nel limbo dei progetti incompiuti, secondo Gizzi si  sarebbe in presenza di un ulteriore step del processo di menomazione del valore sanitario della farmacia italiana. Un processo  che secondo Gizzi, è peraltro “già in atto, visto che negli ultimi 9 anni la distinta contabile riepilogativa è calata del 35%. Nello stesso periodo però il fatturato medio è rimasto sostanzialmente inalterato, lo scontrino al cittadino compensa quanto perso nello scontrino alla Regione. La cosiddetta ‘deriva commerciale’ sta smettendo di essere un rischio ed è prossima a diventare realtà».

Da qui la necessità, per la farmacia italiana, di “lottare con più forza per meritarsi maggiore considerazione” nell’ambito della presa in carico del paziente cronico, che è “qualcosa che sta succedendo nel nostro Paese”. E questo anche se  “in questo percorso possono esserci stati errori da più parti, miopie e anche qualche sgambetto”, che possono aver concorso a produrre il risultato della “più o meno evidente esclusione della farmacia dai programmi in essere». Un destino al quale, però – ed è proprio questo  il senso finale dell’editoriale di Gizzi – la farmacia non può nè deve rassegnarsi.