Governo, le autonomie regionali continuano a dividere Lega e M5S

Roma, 22 luglio –  Prima e più ancora che sul Russiagate (dossier incendiario e ancora del tutto aperto), il Governo rischia di crollare sulla linea di faglia rappresentata dal nodo delle autonomie differenziate, dove le posizioni dei due “soci” di Governo, Lega e M5s, sembrano essere ancora così divergenti da risultare  difficilmente componibili in una sintesi condivisa.  E gli ultimi sviluppi della vicenda, alla quale è stato dedicato un consiglio dei ministri venerdì scorso (disertato dal segretario della Lega Matteo Salvini) certamente non aiutano: il M5s ha infatti ottenuto  la soppressione dell’assunzione diretta dei docenti, sollevando le ire dei governatori del Nord, subito dichiaratisi indisponibili a firmare accordi sull’autonomia rivisti al ribasso.

Suonano dunque abbastanza stranianti le rassicuranti dichiarazioni del presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte (nella foto): “Sono lieto di annunciare che abbiamo fatto significativi passi avanti sulle autonomie e intravediamo la dirittura finale” ha detto infatti il premier nella conferenza stampa seguita al vertice di governo tenutosi,  proprio sulle autonomie, venerdì scorso, 19 luglio, rinviando le decisioni a un nuovo consiglio dei ministri da tenersi in settimana (anche se, come si sa, in materia di agenda del governo gialloverde “del doman non v’è certezza”).
Alla felpata rassicurazione (essenzialmente riferita, secondo quanto riferiscono le cronache politiche, ai presunti passi in avanti che si sarebbero registrati su alcuni punti della questione,  su tutti la scuola) hanno risposto a muso duro i governatori leghisti di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, letteralmente imbufaliti per l’ennesino rinvio, tanto da indirizzare al capo del governo una lettera aperta dai contenuti inequivocabili.

Signor Presidente, arrivi al più presto a trovare un’intesa coi ministri, formuli una bozza di intesa seria da proporci, quindi con altrettanta velocità saremo in grado di replicare in modo costruttivo” scrivono i due, che poi lanciano un minaccioso avvertimento. “Al Presidente del Consiglio deve essere però chiaro che noi non firmeremo un accordo senza qualità come quello per ora che si sta profilando. Lei si assumerà la responsabilità quindi di aver negato quanto è stato chiesto da referendum, da milioni di elettori veneti e lombardi, da risoluzioni dei consigli regionali approvati all’unanimità. Per parte nostra vogliamo mantenere fede all’impegno assunto con i nostri cittadini. Presidente Conte, lei ha l’opportunità di scrivere una pagina di storia di questa Repubblica. Se non la scriverà lei, lo farà qualcun altro. Perché la spinta verso l’autonomia e verso la responsabilità nei confronti dei cittadini è ormai inarrestabile».

Noi restiamo aperti al dialogo con lei, Presidente Conte, e pronti a cambiare opinione se il testo delle intese sarà capace di rispondere alle esigenze della vita vera che abbiamo provato a descrivere” scrivono ancora Zaia  e Fontana, che poi però dettano le loro condizioni: “Se si continua con una farsa, come accaduto finora, è evidente che non firmeremo nulla.  Nessuno vuole aggredire l’unita’ nazionale, nessuno vuole secessioni. Lei sa bene quanti e quali Ministri si sono impegnati in questa irresponsabile gara a spararla più grossa. Vogliamo una autonomia vera, non un pannicello caldo che produrrebbe ulteriori guai”.

“Ci sentiamo tutti profondamente feriti quando leggiamo le sue esternazioni, Presidente Conte” concludono i due presidenti di Lombardia e Veneto “soprattutto dopo colloqui diretti durante i quali – ricorderà benissimo – abbiamo più volte sottolineato che non si chiedono più risorse, ma semplicemente la possibilità di spendere in autonomia quelle che ci sono già assegnate”.

Una lettera che in termini di distanza dalle parti rappresenta uno stato delle cose ben diverso  da quello riferito da Conte e dalla stessa ministra per le Autonomie, Erika Stefani, che al termine del vertice di venerdì scorso ha dato praticamente per fatta l’intesa. “Su sanità, ambiente e sviluppo economico” ha infatti affermato la ministra “sono state accolte le richieste delle Regioni. Una svolta per il territorio, per i cittadini e per le imprese. L’autonomia funziona però se c’è quella finanziaria. Non accetteremo nessun compromesso”.

Il sospetto è che le posizioni siano in realtà meno vicine di quanto Conte e Stefani abbiano lasciato intendere, anche se  sulle differenze nel merito dei singoli capitoli non sono emersi in dettaglio i punti di frizione. Quel che è certo è che sulla sanità la ministra Giulia Grillo ha affermato più volte di non essere minimamente disponibile a consentire che, con lei alla guida del dicastero, la sanità ceda deleghe importanti (ad esempio quelle sui farmaci e sul personale) alla potestà regionale.

Ma nelle bozze che circolano sull’autonomia rafforzata di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna le richieste di maggiori deleghe su queste materie continuano ad esserci. E non sembra davvero che le Regioni pensino di rinunciarvi.  La partita, insomma, è ancora tutta da giocare, e il clima  del campo da gioco è tutt’altro che sereno: “O da adesso arrivano tanti sì o altrimenti noi non abbiamo tempo da perdere. Non accetterò più un minuto di stare al governo con chi dice no” ha tuonato anche ieri il segretario della Lega Salvini. “La pazienza ha un limite, abbiamo aspettato anche troppo”. Minacce, è vero, già sentite altre volte in passato, ma che stavolta – secndo alcuni osservatori politici – potrebbero davvero portare  alla fine prematura e traumatica del “governo del cambiamento”.