Infarto, ictus & C., da studi italiani prospettive per nuovi farmaci

Roma, 28 dicembre – Gli anticorpi monoclonali mirati contro la proteina Pcsk9,  già utilizzati per contrastare l’ipercolesterolemia anche nelle sue forme più irriducibili, potrebbero rappresentare un’arma efficace anche contro l’infarto, l’ictus e la stenosi calcifica della valvola aortica. Ad autorizzare aspettative positive in questo senso sono due studi pubblicati sul Journal of the American College of Cardiology da ricercatori del Centro cardiologico Monzino di Milano.

I lavori, dei quali riferisce il sito di informazione meteoweb.eu,  sono stati condotti da Marina Camera, responsabile dell’Unità di ricerca di biologia cellulare e molecolare cardiovascolare Monzino,  professore di farmacologia all’università degli Studi del capoluogo lombardo, e Paolo Poggio, a capo dell’Unità per lo studio delle patologie aortiche, valvolari e coronariche nello stesso Irccs milanese.

La proteina Pcsk9  è da tempo al centro delle attenzioni (e delle aspettative) dei ricercatori, dopo la scoperta, qualche anno fa, del suo ruolo chiave nell’eccesso di colesterolo. Se infatti con gli inibitori di Pcsk9, anticorpi monoclonali in grado di disattivare questa proteina, è stato possibile contrastare con successo l’ipercolesterolemia fino a raggiungere una riduzione del 60-70% del colesterolo “cattivo”Ldl, in particolare nelle forme più severe e resistenti al trattamento con i farmaci tradizionali.  Nei pazienti trattati si è anche osservatauna riduzione del rischio del 15% di eventi come infarto e ictus. Dato concprdante, eraltro, con l’osservazione che, nelle persone che geneticamente hanno livelli ridotti di Pcsk9, si è riscontrata una protezione dall’incidenza di eventi cardiovascolari.

“Questi dati – riferisce Camera – ci hanno spinto a ipotizzare che i benefici in termini di eventi cardiovascolari prevenuti bloccando Pcsk9 potessero dipendere non soltanto dalla riduzione di colesterolo ottenuta. Abbiamo pensato che potesse esserci di più, che l’azione di questa proteina potesse estendersi oltre il metabolismo dei lipidi, e così abbiamo iniziato a cercare”.

Del resto, ricordano ancora i ricercatori del Monzino, si era già notato che un elevato livello di Pcsk9 nel sangue fosse un predittore di eventi cardiovascolari nei pazienti con malattia coronarica e con fibrillazione atriale. E uno studio genomico aveva rilevato una correlazione tra alti livelli di questa proteina e la presenza di stenosi calcifica della valvola aortica. “Abbiamo così avviato nei nostri laboratori studi in vitro ed ex vivo con esiti sorprendenti”  afferma Camera. “È emerso infatti che Pcsk9 ha un ruolo cruciale nell’attivazione delle piastrine umane, nella loro capacità di aggregarsi formando i trombi che a loro volta provocano infarti e ictus. Questo potrebbe essere pertanto uno dei meccanismi responsabili della maggior incidenza di eventi cardiovascolari riscontrati nei pazienti affetti da patologia coronarica e fibrillazione atriale”.

Ma non è tutto, perchè i dati rilevati dai ricercatori italiani hanno evidenziato l’esistenza di un effetto diretto di Pcsk9 sullo sviluppo e la progressione della stenosi calcifica della valvola aortica. “È un’osservazione che ci entusiasma profondamente incoraggiandoci a proseguire su questa linea di ricerca” spiega Poggio. “Vogliamo ricordare che negli ultimi decenni tutti gli sforzi fatti per mettere a punto una terapia medica in grado di prevenire o fermare la progressione della malattia non hanno portato i risultati sperati. Per i malati di stenosi valvolare aortica attualmente le prospettive terapeutiche sono l’intervento chirurgico o percutaneo. Per questa ragione guardiamo con speranza alla prospettiva che l’inibizione di Pcsk9 possa rappresentare una nuova possibilità terapeutica: significherebbe segnare una svolta nel trattamento di questa malattia degenerativa che è piuttosto comune nella popolazione anziana. Nei Paesi sviluppati la stima raggiunge il 7% negli over 65 ed è un numero in crescita considerando l’invecchiamento della popolazione”.

I risultati ottenuti, tuttavia, per quanto importanti, sono considerati dai ricercatori solo un punto di partenza.   “Dovremo infatti avviare nuovi studi clinici, e abbiamo la necessità e il desiderio di comprendere quali siano i meccanismi molecolari che stanno alla base dei fenomeni osservati” spiega al riguardo Camera, concludendo che “per il momento ciò che ci sembra davvero evidente è che questa proteina gioca un ruolo nella nostra salute cardiovascolare che si estende ben oltre il controllo del colesterolo agendo su molteplici fronti, e apre davanti a noi scenari di prevenzione e cura davvero promettenti”.