La manovra: poche cifre ma molte polemiche e primi no da Ue e mercati

Roma, 2 ottobre – Pur all’oscuro di quelli che, in dettaglio, saranno i suoi contenuti, è già inevitabilmente esploso – nei palazzi delle politica e sulle pagine dei giornali – la consueta polemica autunnale sulla manovra di bilancio. Alla quale, more solito, guarda con molta preoccupazione il mondo della sanità, alla luce della tendenza che, negli ultimi anni, ha prodotto di fatto un arretramento dell’incidenza delle spese della salute sul Pil, ovvero una progressiva perdita del volume di risorse necessarie per mantenere (e magari rilanciare) il sistema di sanità pubblica.

La stessa ministra della Salute Giulia Grillo ha già fornito una prima, infastidita risposta a chi ha già lanciato l’allarme che mancherebbe almeno un miliardo alle risorse per la sanità. “Come fanno a dirlo, se ancora nessuno sa le cifre?” ha osservato polemica la ministra, forse dimenticando che era  stata lei stessa a dare l’esempio: “Quest’anno nel Fsn avremo un miliardo in più” aveva infatti orgogliosamente annunciato qualche giorno prima, provando a mettere il suo cappellino sull’aumento del Fsn 2019  già previsto e indicato nel bilancio pluriennale approvato nel 2017, che fissava in  113,4 miliardi la disponibilità del Fondo sanitario 2018 e  in 114,4 miliardi di euro quella per il 2019.

E non era stato da meno il suo capo politico Luigi Di Maio, vicepresidente del Consiglio dei Ministri e titolare di Sviluppo economico e Lavoro: “Non taglieremo la sanità”. Affermazione che, in assenza di cifre, risulta fondata nè più nè meno di quella di chi sostiene (conoscendo almeno le cifre dei fabbisogni reali, come le Regioni) che alla Sanità serve almeno un miliardo in più rispetto ai 114,4 miliardi previsti per il 2019.

Al di là di queste schermaglie, che stanno all’autunno come la vendemmia, i funghi e le castagne, il punto vero della “manovra del popolo” che sta infiammando gli animi in questi giorni è un altro, ed è l’unico che meriti un tentativo di riflessione para-seria. Intanto, è bene fare tre piccole premesse di scenario e di metodo:  il governo giallo-verde ha dimostrato (dopo averla tanto esecrata ai tempi dell’opposizione, soprattutto la componente gialla) di essere uno straordinario interprete della politica degli annunci. La seconda premessa è che, in assenza di documenti e cifre probanti, bisogna necessariamente prendere per buone – almeno in materia di manovra – le dichiarazioni pubbliche del titolare del dicastero dell’Economia, Giovanni Tria (nella foto),  colui che regge (o dovrebbe) il timone della politica economica. L’ultima premessa, ancorché importante,  è in realtà un’osservazione banale: una delle cifre fondamentali del Def, quella riferita alle stime di crescita del Pil nazionale, in Italia ha da sempre la stessa elasticità del caucciù, ovvero viene “stiracchiata” in base alle necessità, fino a pareggiare i conti con gli impegni di spesa previsti. Traducendo in termini più chiari, il meccanismo (rodatissimo da tutti i governi succedutisi fin qui e ovviamente utilizzato anche dal governo giallo-verde, perché acca’ nisciuno è fesso) funziona così: di quanto deve crescere il Paese per avere 40 miliardi da spendere e sostenere un aumento del rapporto debito-Pil al 2,4%? Si fa qualche conto e si ricava la risposta, che nel caso di specie (Tria dixit)  è + 1,6%.

Se così fosse davvero, se cioè la crescita del Paese il prossimo anno superasse davvero il punto e mezzo percentuale, l’idea di ricorrere a un maggiore indebitamento per sostenere le costose misure promosse da M5S e Lega in campagna elettorale sarebbe non solo coraggiosa, ma anche brillante e forse anche sostenibile. Il problema è che centrare la soglia di crescita dell’1,6%, condizione fondante della manovra, ha le stesse possibilità di riuscita di un sei al Superenalotto, se si prendono per buone le previsioni tendenziali sul 2019 stilate dalla stessa Unione europea e da tutte le agenzie di rating. Che fissano la crescita complessiva, bene che vada, all’1%. Non è dato sapere come il governo pensi e speri di aggiungere sei decimali di crescita a questa stima.

Tria ha spiegato, in particolare in un’intervista rilasciata domenica scorsa a Il Sole 24 Ore, che il deficit aggiuntivo  – ovvero l’aumento del debito dall’1,6% previsto inizialmente dallo stesso ministro fino al 2,4% imposto da Salvini e Di Maio – porterà l’ammontare della manovra a 40 miliardi complessivi, 13 dei quali coperti da tagli della spesa. Gli altri 27 miliardi ottenuti grazie al maggior indebitamento serviranno a realizzare reddito e pensioni di cittadinanza, riforma delle pensioni (con la famosa quota 100) e la sterilizzazione dell’aumento dell’Iva, che impedirà la crescita dei prezzi. La scommessa del governo, spiegata da Tria, è che il combinato disposto tra le maggiori risorse ai cittadini e i prezzi fermi innescherà una congiuntura favorevole,  permettendo alla nostra economia un salto in avanti tale da permetterle di agguantare il +1,6% di Pil nel 2019, in assoluta controtendenza con il rallentamento dell’economia globale e in un Paese che, nell’ultimo decennio, ha viaggiato sempre in coda al convoglio eruropeo, senza mai riuscire del tutto ad agganciare la ripresa.

L’impresa, in tutta evidenza, è inscrivibile nella fattispecie delle “mission impossible”. Che però, talvolta, riescono. E da cittadini italiani, l’auspicio è che – alla faccia delle previsioni – il governo abbia ragione,  il suo coraggio venga premiato e l’Italia riesca nella impresa miracolosa di centrare l’obiettivo di un Pil a +1,6% nel 2019.

Anche se ciò avvenisse, però –  è bene dirlo – non è che tutto andrebbe magicamente a posto. Per ammissione dello stesso Tria, infatti, le risorse del deficit aggiuntivo copriranno solamente 27 dei 40 miliardi complessivi di spesa aggiuntiva dellacosiddetta “manovra del popolo”. Restano da trovare i 13 che mancano, e non si potrà che farlo tagliando la spesa pubblica. Mica taglietti, si badi: taglioni, quasi pari a quelli prodotti dalla “famigerata” spending review del Governo Monti (14 miliardi, in quello che viene ancora oggi ricordato come un bagno di sangue) e superiori a quelli successivamente portati a casa da Carlo Cottarelli (12,4 miliardi, subito spesi dal Parlamento a copertura della spesa pubblica). La domanda è: deciderà mai, il governo giallo-verde che strizza l’occhio indulgente ai birboni che non pagano le tasse, pensando a un condono semanticamente camuffato da “pace fiscale”, di cambiare faccia e pelle e rischiare di vedere evaporare l’oceanico consenso di cui gode attualmente con misure ultra-rigoriste? Ai posteri l’ardua sentenza.

Ma c’è anche da considerare – e Tria, ovviamente, da persona serie e responsabile qual è lo ha fatto – l’ipotesi infausta che l’Italia non centri il traguardo dell’1.6% di crescita del Pil. Che succederà, in questa tutt’altro che remota evenienza?  Lo ha detto con chiarezza lo stesso titolare del MEF: “Se la scommessa sulla crescita verrà persa o solo parzialmente vinta, i programmi conterranno una clausola che prevede la revisione della spesa in modo che l’obiettivo di deficit per i prossimi anni non sia superato rispetto al limite posto”  ha spiegato il ministro senza scomporsi. A significare che se la crescita sarà più bassa, ci saranno tagli alla spesa di pari importo (che ovviamente si andrebbero ad aggiungere ai 13 miliardi di tagli di cui si è già detto). Secondo i calcoli degli economisti, che queste cose le sanno n(e comunque facciamo a fidarci)  sulla carta un decimale di crescita vale più o meno la metà in termini di riduzione del deficit, ovvero qualcosa come 800 milioni. Se la crescita si fermasse all’1,2% stimato da Moody’s, ovvero quattro decimali di punto in meno di quanto indicato in manovra, serviranno altri 3,2 miliardi di tagli alla spesa per mantenere invariata la quota di deficit e di investimenti stimata per i prossimi anni. Aggiunti ai 13 miliardi di tagli già prefigurati da Tria, significherebbe mettere in atto misure compressive sulla spesa pubblica (inevitabilmente a carico dei cittadini) per più di 16 miliardi complessivi.

Intanto, l’Europa non ha esitato a bacchettare le scelte del governo, osservando che la manovra italiana così come presentata ieri nelle sue grandi linee da Tria  fa crescere il deficit, non il prodotto interno lordo. E gli investitori hanno già dato ampi segnali di non gradire la disinvolura di un Paese che non sa e non vuole tenere isuoi conti pubblici sotto controllo. Il rischio, molto concreto, è che la sfiducia dei mercati (con buona pace delle giustificazioni complottarde “di apparati che remano contro” evocate da Di Maio e gli sprezzanti “Chi se ne frega, tiriamo dritto” di Salvini)  portino alle stelle lo spread (che questa mattina ha giù toccato quota 294 punti), eventualità che si rimangerebbe tutto le risorse aggiuntive prodotte dall’aumento del deficit. Già quest’anno si pagheranno un miliardo di interessi in più sui titoli pubblici che il Paese ha piazzato per finanziarsi il debito.

Questa, così come ricavabile dalle evidenze disponibili e dalle dichiarazioni del titolare dell’Economia, la situazione della manovra, esposta senza alcun pregiudizio o forzatura. Ognuno può farsi un’idea su quanto sia coerente e congruente la definizione utilizzata dal governo per presentarla all’opinione pubblica: “Una manovra del popolo che per la prima volta ricostituisce i diritti sociali” e che rappresenterà “il più grande piano di investimenti della storia italiana” (copyright Di Maio).

Sarà lo stesso “popolo” a scoprire, prima o poi, se e quanto potrà essere contento di quella che è stata ostentamente presentata come una manovra in suo nome.