Manovra, è polemica su emendamento che sana professioni sanitarie

Roma, 27 dicembre – Ormai, più che una polemica, è una guerra, quella scoppiata dopo il colpo di mano con il quale (approvando in Senato un emendamento dei relatori inserito nel maxiemendamento sostitutivo del testo della Legge di bilancio approvato dall’Assemblea)  il Governo ha “legittimato” ope legis 20 mila operatori tecnico-sanitari e dell’area dell’abilitazione a continuare a svolgere la loro attività anche in assenza del titolo idoneo per l’iscrizione ai rispettivi albi professionali.

Unici requisiti  per usufruire di quella che è stata subito definita da varie categorie di professionisti (su tutti fisioterapisti e ostetriche) un’inaccettabile sanatoria, l’aver esercitato le attività professionali senza il possesso di un titolo abilitante e idoneo per l’iscrizione all’albo professionale per un periodo minimo di 36 mesi, anche non continuativi, negli ultimi 10 anni, condizioni che consentirebbero l’iscrizione a un istituendo elenco speciale a esaurimento negli ordini professionali di riferimento.

Per i professionisti che quei titoli li posseggono e sono fortemente impegnati ad applicare con il massimo rigore possibile la legge Lorenzin (n.3/18)  che, giusto un’anno fa, ha attivato gli Albi anche per le professioni sanitarie definite con profilo professionale ministeriale e con formazione universitaria e istituto il loro Ordine di riferimento, quella voluta dal governo  è una vera e propria sanatoria che apre le porte della sanità all’esercizio abusivo di professione. Per il ministero della Salute, invece, la misura altro non è che il doveroso superamento del caos e dell’incertezza  prodotti per 20 mila operatori della salute dall’introduzione della stessa legge Lorenzin.

L’Associazione italiana fisioterapisti attacca su Facebook, sostenendo che si è in presenza di “una sanatoria globale per gli abusivi in sanità” che permetterà di continuare a esercitare la professione abusivamente e spiegando che manca la previsione di quali titoli di studio permetterebbero l’iscrizione all’istituendo elenco speciale e, soprattutto, che “mancano le modalità di verifica delle reali competenze degli iscritti agli elenchi speciali necessarie per potersi occupare della salute delle persone”.

La Federazione nazionale delle ostetriche aggiunge da parte sua che “appartenere a un albo non è una semplice iscrizione, ma significa dover dimostrare al nostro Sistema nazionale, e quindi alla collettività tutta, di possedere una serie di requisiti: un percorso formativo di base e di specializzazione nel settore sanitario, di aver acquisito competenze e abilità, di aver superato esami e prove”.

E c’è anche chi, come il presidente dellOrdine dei Medici di Trento Marco Ioppi, si spinge fino ad affermare che la misura introdotta nella legge di bilancio “è un attentato alla salute dei cittadini”. L’Aduc, l’Associazione per i diritti delgi utenti e dei consumatori, sottolinea invece un altro aspetto della misura voluta dal governo,  basata di fato sul riconoscimento di esperienze pregresse. “La pratica e l’esperienza sono importanti, certo” osserva al riguardo la sigla consumerista “ma allora che senso ha studiare? Che senso ha pretendere un titolo abilitativo per mettere le mani sulla nostra salute? Nessuno, basterà dimostrare di aver fatto quel lavoro per 36 mesi, con un contratto di lavoro subordinato o a partita Iva mostrando le fatture (creandole?) e automaticamente ci saranno competenze, titoli e professionalità. Anzi no, ma faremo finta che ci siano”.

Ma dal dicastero della salute ribattono colpo su colpo: “Non c’è alcuna apertura all’esercizio senza titoli. Nessuna equiparazione dunque con chi è iscritto agli albi” afferma ad esempio la ministra Giulia Grillo (nella foto). “Questo dobbiamo precisarlo a chiare lettere. L’emendamento è una soluzione equilibrata per superare la situazione preoccupante in cui versano circa 20mila operatori che, a seguito dell’approvazione della legge 3 del 2018, pur operando nel settore sanitario da diversi anni, non sono nelle condizioni di iscriversi in un albo professionale. Chi potrà provare con adeguata documentazione, che sarà demandata a un decreto ministeriale, di aver effettuato un’attività di lavoro dipendente o autonomo per 36 mesi negli ultimi dieci anni di continuare a svolgere le attività previste dal profilo della professione sanitaria di riferimento attraverso l’iscrizione ad un elenco ad esaurimento tenuto, per maggiore garanzia, dagli ordini professionali”.

Ancora più diretto il sottosegretario alla Salute Luca Coletto: “Abbiamo deciso di dare legittima serenità a ventimila famiglie di altrettanti lavoratori che già oggi operano al servizio dei cittadini anche in centri di Sanità pubblica” spiega in una nota alla stampa il sottosegretario. “L’intervento consente il proseguo dell’attività a lavoratori con titoli validi fino all’approvazione della legge 3/2018 inserendoli in elenchi speciali. Capisco che chi deve demolire qualsiasi tentativo di normare questioni aperte da anni possa chiamarla sanatoria di abusivi. Vorrei però lo dicessero non ai giornalisti o al palazzo, ma lo facessero guardando in faccia questi professionisti che da dieci anni e oltre forniscono un contributo indispensabile a strutture pubbliche e private, che le polemiche le facessero parlando con i pazienti sostenuti, accompagnati, aiutati da questi operatori. Io  ritengo” conclude Coletto “che questo provvedimento sia giusto e molto importante perché chiude un capitolo di incertezza”. 

Sempre l’Aduac, però, fa un’osservazione che autorizza più di un dubbio sul fatto che la misura così come concepita possa davvero chiudere la questione: nella legge infatti non solo non si fa alcun cenno a titoli o competenze, ma manca anche un altro importante riferimento: “Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, e la redazione in fretta e furia dell’emendamento ha portato il legislatore a una grossa svista” scrive Aduc. “Esercitare abusivamente una professione sanitaria è – e resta, fino a nuova legge – reato, e iscriversi negli elenchi speciali provando di aver esercitato abusivamente una professione sanitaria è una autodenuncia: il reato è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da 10 a 50 mila euro”.