Chiusure festive negozi, allarme commercianti: a rischio 400 mila posti

Roma, 16 luglio – Com’era inevitabile, è già cominciato il fuoco di sbarramento contro la proposta di legge presentata dal sottosegretario allo Sviluppo, Davide Crippa (M5S), che – riprendendo un tema che il Movimento di Luigi Di Maio (nella foto) cavalca da tempo e sul quale esiste un ampio accordo trasversale, dai sindacati alla Chiesa cattolica – vuole limitare a 12 all’anno le aperture straordinarie domenicali e festive di negozi e centri commerciali, sia pure con la previsione di introdurre turni a rotazione per eventuali aperture, stabiliti di concerto con le autorità locali. Ogni Comune dovrà comunque attenersi al limite di un negozio aperto su quattro dello stesso settore merceologico, anche se sono previste deroghe per gli esercizi commerciali delle località turistiche. Spetterà in ogni caso agli enti locali vigilare. La proposta ha già fatto molto discutere e, da ultimo, è stata ampiamente criticata da Confimprese, una delle associazioni di riferimento nazionale nel campo della distribuzione diretta e in franchising, che raggruppa 300 marchi commerciali, 30.000 punti di vendita, e 600.000 addetti, e rappresenta il 16% del giro d’affari complessivo del mercato retail.

La posizione della sigla delle imprese commerciali di assoluta censura di una misura che, in una  situazione che per il commercio assume contorni sempre più allarmanti, vuole disporre 40 chiusure domenicali e festive dei negozi. Il messaggio di Confimprese è un vero e proprio allarme: “Se la proposta del M5S dovesse diventare legge, alle imprese non resterebbe che licenziare. In tempi rapidi. Per non lasciare sul terreno perdite di fatturati e marginalità”.

“Su 52 domeniche i negozi potranno restare aperti solo 12 festività all’anno” spiega  il presidente Mario Resca. “Le aziende saranno costrette a licenziare, l’intero comparto perderà 400.000 posti di lavoro e il 10% del fatturato. Significherebbe quindi perdere il 15% della forza lavoro in un Paese che ha un tasso di disoccupazione dell’11%, con un Pil in forte rallentamento nel secondo trimestre e un futuro delle famiglie molto incerto”.

Problematico, secondo Confimprese, anche decidere quali siano le città turistiche che potranno tenere aperti i negozi. “Quali sono i criteri per stabilire le città a vocazione turistica?” domanda Resca. “Il nostro Paese è tutto una meta turistica e noi, oltre che i posti di lavoro, vogliamo perdere anche i servizi e i consumi? Gli acquisti non sono di necessità ma di impulso, la gente consuma se ne ha l’opportunità, ma se i negozi sono chiusi rinuncia e non compra”.

Sugli scudi anche Federdistribuzione, secondo la quale bisogna comunque avviare una riflessione sulle posizioni di chi (come i sindacati) ritiene le aperture festive lesive della dignità della persona e del lavoro. “Si tratta di un concetto importante che richiede delle riflessioni” riconosce il presidente Giovanni Cobolli Gigli, che però ricorda i dati. Il primo fra tutti è che il 65% dei consumatori si dichiara favorevole alle aperture domenicali e festive dei negozi, e “le maggiori giornate di apertura hanno consentito alle aziende distributive di distribuire più salari (400 milioni di euro addizionali) e di assumere 4.200 persone”. Secondo la sigla che rappresenta centri commerciali e grandi e piccoli supermercati, inoltre, sono 12 milioni le persone in Italia che comprano di domenica: “Ormai fa parte delle abitudini” spiega Federdistribuzione “tornare indietro sarebbe un danno per tutti, in una fase tra l’altro in cui l’e-commerce cresce a doppia cifra e le vendite al dettaglio sono in calo (-0,2% nei primi sei mesi del 2018, secondo Istat)”.

Più possibilista, invece, Confcommercio.  “Dopo tanti anni di deregolamentazione totale, siamo favorevoli ad una reintroduzione di una regolamentazione minima, quindi sì al ridare la competenza a Regioni e Comuni e sì alla deroga per i centri turistici” dichiara al Corriere della Sera  Enrico Postacchini, delegato per le politiche del commercio dell’associazione. ”Ma sulle domeniche siamo più laici, ci sono in gioco migliaia di posti di lavoro e bisogna ragionare bene, noi siamo disponibili ad una soluzione condivisa”.

Anche Coop  chiede un confronto sul tema e ha già sollecitato il governo per una revisione della legislazione nazionale sulle aperture, rappresentando la necessità di  “un nuovo equilibrio tra le esigenze dei consumatori e quelle dei lavoratori” . Più dura la posizione di Conad, nettamente contraria all’ipotesi della riforma: “Sarebbe un passo indietro”.

Sull’altro lato del fronte si schierano invece i sindacati dei lavoratori, sia i confederali che i Cobas. Questi ultimi hanno già avuto un incontro, giovedì scorso, con il sottosegretario al Lavoro Claudio Cominardi, incassando l’impegno del governo per risolvere al più presto una questione che coinvolge “migliaia di lavoratori e commercianti che attendono risposte ad un problema di grandi dimensioni” . Cgil, Cisl e Uil, da parte loro, da tempo impegnati in una campagna dedicata al problema, eloquentemente intitolata “La festa non si vende”, passata anche attraverso manifestazioni e scioperi, hanno chiesto un incontro al ministro Di Maio per “definire una normativa e mettere ordine nel panorama legislativo”.

Il problema sarà  trovare una soluzione condivisa che venga incontro a tutti, commercianti, lavoratori e consumatori, e non sembra davvero facile.