Ocse a G7: Investire di più su assistenza sanitaria di base

Roma, 20 maggio – La sanità è alle prese con sfide epocali, su tutte l’invecchiamento e le cronicità, che possono essere superate solo potenziando e riorganizzando l’assistenza sanitaria primaria sul territorio, con un impiego più efficiente dei professionisti della salute, non solo medici di base (che devono essere di più e meglio pagati) ma anche infermieri e farmacisti, formati al lavoro in team.

A volerlo condensare, è il messaggio che l’Ocse ha voluto lanciare a Parigi in occasione dell’incontro tra i ministri della Salute di Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito tenutosi nei giorni scorsi a Parigi (nella foto alcuni dei partecipanti, tra i quali la ministra italiana Giulia Grillo, seconda da dx)

Un confronto finalizzato a valutare le diverse modalità per raggiungere buoni livelli di assistenza sanitaria di base, al quale il rapporto dell’Ocse (disponibile qui) ha fornito ampi spunti di riflessione, a partire dalla sua valutazione su quello che è l’attuale stato  dell’assistenza primaria nei Paesi sviluppati, considerato debole, in particolare nell’ambito della prevenzione e della gestione della cronicità (ma anche in materia di impiego dei farmaci, a partire dagli antibiotici), e ciò anche a causa della carenza di medici e infermieri, professionisti di riferimento nell’erogazione di cure primarie.

Nel suo rapporto, l’Ocse propone quattro ambiti di intervento per potenziare l’assistenza primaria, rendendola migliore e più efficiente. Il primo è quello delle risorse, che debbono essere adeguatein primo luogo per incrementare il numero di professionisti, oggi carente: un primo passo fondamentale per garantire un’assistenza adeguata e accessibile alle persone, che oggi esprimono bisogni sanitari sempre più complessi. Un adeguamento dei livelli numerici dei professionisti consentirebbe inoltre di

eliminare le incongruenze che oggi si registrano nella loro attività: il 76% dei medici e il 79% degli infermieri, secondo l’indagine Ocse, ritengono infatti di svolgere attività quotidiane demansionanti,  ovvero non in linea con le loro qualifiche professionali, cosa che – se si considera la durata e il costo della formazione di questi professionisti – rappresenta uno spreco di capitale umano. L’Ocse (o Oecd, nell’acronimo anglofono) ricorda che vi sono Paesi che – proprio per combattere la carenza e l’impiego improprio del personale medico – hanno  adottato misure finalizzate ad attribuire funzioni, servizi e ruoli più avanzati a infermieri e farmacisti, mentre altri hanno utilizzato altre leve, come  l’aumento della retribuzione o il miglioramento delle condizioni lavorative. Tra i Paesi che si sono mossi meglio in direzione di un migliore impiego delle competenze dei professionisti non medici, il documento Ocse cita la Francia, che “dà agli infermieri ruoli avanzati e amplia il ruolo dei farmacisti comunitari nella prevenzione o gestione di malattie croniche”, misure che  “consentono un migliore uso della salute capitale umano dei professionisti”. Oltre alla Francia, una menzione è riservata  anche a USA, Canada e Italia, dove “i farmacisti di comunità sono formati per migliorare l’accesso alla prevenzione e alla gestione malattie in aree remote dove c’è carenza di medici di base dell’assistenza sanitaria”.

Il secondo ambito di intervento suggerito dall’Ocse è quello della creazione di nuovi modelli di assistenza sanitaria primaria basata sul lavoro in team e sulla connessione in rete, alla luce dei bisogni sempre più articolati e complessi dei cittadini. Fondamentale è che i team di assistenza sanitaria posseggano conoscenze e competenze anche trasversali a quelle cliniche: dalla tecnologia digitale, alla consulenza, alla comunicazione condivisa. Aumentare la formazione su questi ambiti è uno dei driver per favorire implementazione delle cure primarie.  Il lavoro in team, inoltre, consente di migliorare l’alfabetizzazione sanitaria dei pazienti: lo sviluppo digitale, in particolare, deve essere utilizzato e sfruttato per affrontare i problemi di accesso legati alle distanze geografiche e al fine di fornire un’assistenza sempre più personalizzata, che consenta una migliore accessibilità alle cure.

Terzo ambito individuato è quello delle retribuzioni degli operatori, e in particolare dell’incentivazione per l’assistenza primaria. Fronte sul quale, rileva l’Ocse, si dovrebbe fare molto di più, dal momento che sono ancora troppo pochi i Paesi che hanno introdotto nuovi modelli di pagamento per incoraggiare l’assistenza sanitaria di base di alta qualità.  Quelli che lo hanno fatto si sono mossi su quattro tipi di sistemi di remunerazione:  pagare attività specifiche, tra le quali il coordinamento delle cure, le attività di prevenzione o la gestione delle malattie; pagare per le prestazioni (“pay-for-performance”), premiando i fornitori che erogano cure di alta qualità; pagare “a pacchetto” (modello utilizzato in particolare per le cronicità), corrispondendo  un compenso che vada a  remunerare il costo di tutti i servizi e le prestazioni di assistenza sanitaria forniti dall’intera gamma di fornitori durante un periodo di tempo definito; pagamenti basati sulla popolazione, dove operatori sanitari come medici, medici specialisti, reti di pratica o ospedali indipendenti vengono pagati in base alla gamma di servizi di assistenza sanitaria che offrono ad un certo gruppo definito di popolazione

Ultimo ambito di impegno individuato dall’Ocse è quello della valutazione degli esiti dell’assistenza primaria erogata permette, per capire se questa sia stata buona o scarsa e così eventualmente  migliorare. I sistemi sanitari sanno ancora poco su come l’assistenza sanitaria primaria contribuisce al miglioramento della salute delle persone e dei servizi e come va incontro alle aspettative e alle esigenze delle persone, perché la maggior parte degli indicatori si concentra su input e utilizzo e le misure di outcome sono limitate a ospedalizzazioni evitabili per pazienti con patologie croniche o a prescrizioni appropriate in ambito sanitario primario.
Le valutazioni delle esperienze  sono essenziali per migliorare la qualità dell’assistenza e garantire che i servizi siano in risposta ai bisogni e alle preferenze delle persone, ma vengono raccolte per confronti internazionali solo in 18 paesi dell’Ocse. Il Regno Unito e gli Stati Uniti sono tra i pochi Paesi che adottano a livello di pratica la misurazione delle esperienze.

La fotografia attuale dei sistemi sanitari scattata da Ocse fa emergere un crescente invecchiamento della popolazione seguito da un aumento dell’incidenza di patologie croniche. Di conseguenza, il raggiungimento dell’obiettivo di raffinare l’assistenza primaria di base e soprattutto la prevenzione attraverso l’educazione all’adozione di stili di vita sani, non può che rappresenta una necessità ineludibile.

Il successo delle politiche per rafforzare l’assistenza sanitaria di base – a detta dell’Ocse – dipende dalle giuste risorse e dalla buona organizzazione in grado di fornire assistenza di alta qualità e accessibile alle persone.

Una buona assistenza sanitaria di base, quindi, porterebbe a migliorare la salute, l’accesso finanziario alle cure e l’empowerment  delle persone e ridurrebbe così le disuguaglianze sanitarie, portando i sistemi sanitari a una maggiore efficienza.