Politica, determinante di salute: medici & C. devono preoccuparsene?

Roma, 26 luglio – Il quesito, sollevato dal direttore di Lancet Richard Orton in un offline dal titolo The world has been warned pubblicato nello scorso mese di maggio, riguarda il medico, è vero, ma tocca in via diretta anche i farmacisti, gli infermieri e più in generale tutti i professionisti della sanità:  si devono preoccupare della qualità del sistema politico, in quanto determinante di salute?

Horton risponde con convinzione di sì, partendo dal commento del libro di un’economista, Dambisa Moyo, Edge of chaos, nel quale l’autrice sostiene che è la politica  – e non l’economia – a guidare il progresso e la prosperità di una nazione.

La democrazia è minacciata da una serie di pericoli che vanno dal debito pubblico che cresce all’esaurirsi delle risorse naturali, dall’invecchiamento della popolazione e della forza lavoro all’inasprirsi delle disuguaglianze economiche, dall’instabilità politica al declino della produttività.

“Il capitalismo liberal democratico sta battendo in ritirata” ed è più debole e più corrotto, è l’analisi della Moyo. Che, tra le soluzioni per contrastare questa deriva, indica la necessità di riaffermare e rispettare i trattati internazionali come quelli che cercano di arginare il disastro climatico e ambientale, pagare di più i funzionari pubblici ma anche i politici per motivare le persone migliori a occuparsi del bene pubblico, filtrare la qualità dei candidati al Parlamento richiedendo loro un’esperienza di lavoro di rilievo ed escludendo i politici di carriera, rendere obbligatorio il voto per non escludere una fetta – sempre più ampia – della popolazione dalla decisione elettorale, fino alla misura più radicale: pesare il voto dando maggior valore a quello espresso dalle persone più qualificate. Una sintesi delle proposte della Moyo è proposta dalla stessa economista nell’articolo Across the world, democracy is in crisis. Here’s my plan to save it, pubblicato da The Guardian sempre nello scorso mese di  maggio.

A segnalare (molto opportunamente) la questione è il numero di ieri di Va’ Pensiero, la newsletter settimanale de Il Pensiero scientifico, chiedendosi se sia giusto leggere argomenti come quello proposto da Norton sulle riviste di medicina. La risposta è affermativa, accompagnata dalla notazione che l’attenzione per questi argomenti sta aumentando, e si tratta di un fatto importante: dieci anni fa (2008) la voce social determinants su PubMed dava 122 risultati mentre nel 2017 sono diventati 1370.

“Nel complesso però, e nonostante esempi significativi come quello del Lancet o del BMJ, l’editoria scientifica considera sé stessa prevalentemente ancora come un ambito tecnico, i cui obiettivi sono legati al miglioramento delle procedure o dei modelli commerciali e di distribuzione” commenta Va’ Pensiero.

Nella lista di quello che una rivista scientifica deve fare (aggiornata nello scorso mese e arrivata ormai a contenere 102  voci) manca un accenno all’impegno civile che dovrebbe caratterizzare chi lavora nel campo dell’editoria, annota Va’ Pensiero. Un impegno che, aggiunge  citando Giulio Einaudi,  “una parte dell’editoria ha preso nei confronti della società. E l’editoria scientifica non gode di un’esenzione etica. Al contrario”. La conclusione è affidata al monito lanciato dal direttore Norton dalle pagine di The Lancet:  “Se teniamo davvero all’assistenza sanitaria dobbiamo dimostrare di tenere alla democrazia”.