Farmaci, Svizzera primo produttore europeo, ma Italia prima nella Ue

Roma, 29 agosto – Se la produzione farmaceutica svizzera risulta, dati alla mano, la prima in Europa, con un fatturato di oltre 46 miliardi di euro nel 2018, l’Italia si attesta come il più grande produttore farmaceutico dell’Unione europea, con un fatturato di 32 miliardi di euro nel 2018: il nostro Paese, secondo i dati stime di Farmindustria, ha infatti superando la Germania: Negli ultimi cinque anni, grazie ad una crescita della produzione italiana del  20%, si è registrato un forte sviluppo delle esportazioni, passate in poco più di vent’anni, dal 1997 al 2018, da 4,5 a 26 miliardi di euro.

Nel primo semestre 2019, secondo quanto riporta un articolo del quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung  si sono registrati degli importanti contributi positivi alla crescita dell’export farmaceutico italiano; in particolare i mercati trainanti per le vendite italiane di farmaci sono la Svizzera, la Germania e la Francia. Altamente innovativa e forte nella ricerca, le più di 2oo aziende dell’industria farmaceutica italiana vantano un totale di 66.500 dipendenti, il 10% dei quali lavora nella ricerca e sviluppo.
Le multinazionali straniere come Sanofi, Merck o Pfizer rappresentano circa il 60% della produzione. Le aziende locali sono per lo più aziende di medie dimensioni. Il numero uno tra gli italiani resta il gruppo fiorentino Menarini che, con 17.600 dipendenti nel 2018, ha realizzato vendite per 3,7 miliardi di euro. Chiesi di Parma ha registrato ricavi per € 1,6 miliardi (2017). L’articolo del quotidiano svizzero, oltre a Recordati (terzo gruppo nazionale)  cita anche la società biotecnologica Dompé, che, secondo il capo dell’azienda Sergio Dompé,  sta valutando una possibile quotazione del gruppo a medio termine, tra tre-quattro anni,  alla brsa di New York. Ma quella dell’Ipo (initial public offering, offerta pubblica iniziale) non è l’unica opzione presa in considerazione dall’azienda italiana: ne esistono infatti anche altre,  sempre negli Stati Uniti (uno dei mercati chiave del grupp), incluso un reverse merger, ovvero lo scorporo di una divisione operativa dal resto delle attività della società.

Dompé, riferisce NZZ,  è un tipico rappresentante dell’industria farmaceutica di medie dimensioni del Paese. La società, fondata nel 1940 a partire da una farmacia di Milano, è una delle prime dieci italiane con un fatturato di 270 milioni di euro (2018) e 700 dipendenti. L’anno scorso, Dompé ha ricevuto l’approvazione in Europa e nel 2018 negli Stati Uniti per un farmaco biotecnologico per il trattamento di una rara malattia degenerativa della pelle che colpisce 300.000 persone in tutto il mondo. Dompé ha lavorato al prodotto per sei anni e ha investito oltre 300 milioni di euro, principalmente fondi propri.

L’azienda di famiglia investe il 15% delle sue entrate in ricerca e sviluppo. Collabora inoltre con l’istituto di ricerca genovese Istituto italiano di Tecnologia (Iit), insieme al quale commercializza in joint venture Hunova, robot sviluppato da Iit e Movendo Technology  ormai famoso (e utilizzato) in molti Paesi per il suo impiego nelle terapie riabilitative. Hunova è stato infatti in primo ad aver messo a punto il “silver index”, primo test al mondo clinicamente testato capace di predire se un anziano è a rischio cadute, e di prescrivergli un piano di allenamento o riabilitazione personalizzato per prevenirlo. Ma NZZ ricorda anche un’altra specificità dell’azienda milanese, ovvero l’attenzione e gli invetimenti nell’innovazione di settore:  Dompé detiene infatti la maggioranza delle startup del settore, a partire dalla società genovese Movendo Technology, che utilizza appunto la robotica per la riabilitazione in ortopedia, neurologia e geriatria, nonché per la riabilitazione sportiva.
Questo pur in presenza di diversi problemi che Dompè si è ovviamente preoccupato di rappresentare al governo italiano, chiedendo una politica più coerente e di più lungo termine in termini di esigenze delle imprese.