Rapporto Crea, Grillo: Nessun pregiudizio su più autonomia a Regioni

Roma, 24 gennaio – Siamo fra i Paesi con i migliori risultati sanitari nel mondo con costi controllati, ma aumenta l’impoverimento delle famiglie quando ci sono situazioni sanitarie complesse, mentre le spese sanitarie sono un lusso per il 5,5% dei nuclei, che arriva quasi all’8% fra le famiglie del Sud. E, mentre sono ancora nell’aria gli echi delle celebrazioni di rito per il 40° compleanno del Ssn, resta forte la sensazione che la sanità continui a non essere una delle priorità dei governi che si succedono alla guida del Paese. Non hanno infatti trovato conferma le promesse elettorali di un rifinanziamento della sanità pubblica,  e al riguardo non si registra alcuna soluzione di continuità con il passato.

Questa, in sintesi, la principale evidenza che emerge dall’ultimo rapporto del Crea, il Consorzio per la ricerca economica applicata in sanità dell’Università di Tor Vergata  di Roma “Tor Vergata”, presentato ieri a Roma. Una nota dell’Ansa riassume i dati principali del rapporto, curato da Federico Spandonaro e Barbara Polistena:  iIl 17,6% delle famiglie residenti (4,5 milioni) ha dichiarato di aver cercato di limitare le spese sanitarie per motivi economici (100.000 in più rispetto al 2015), e di queste 1,1 milioni le hanno annullate del tutto. Il Mezzogiorno è l’area più colpita (5,6% delle famiglie), seguita dal Centro (5,1%), dal Nord-Ovest (3,0%) e dal Nord-Est (2,8%).

Il disagio economico per le spese sanitarie (una combinazione di impoverimento per consumi sanitari e “nuove” rinunce per motivi economici), è sofferto dal 5,5% delle famiglie, ed è significativamente superiore nel Sud del Paese (7,9% delle famiglie). L’incidenza del fenomeno dell’impoverimento aumenta, registrando 416.694 famiglie che hanno peggiorato la propria condizione economica (l’1,6% del totale). Aumenta l’incidenza nelle realtà del Nord e si riduce in quelle del Sud. Il valore massimo si raggiunge nel Lazio, dove il 2,7% delle famiglie risultano impoverite; il valore minimo nelle Marche, dove solo lo 0,8% versano in tale condizione.
Rispetto all’anno precedente si è registrata una riduzione del disagio nelle Regioni del Centro e del Nord ed un sensibile aumento in quelle del Sud (dall’8,3% all’8,4%), in particolare in Calabria, Sicilia e Umbria. All’estremo opposto troviamo il Trentino Alto Adige, dove solo il 2,3% delle famiglie residenti è in condizioni di disagio economico dovuto ai consumi sanitari, e la Lombardia con il 3,1%. La spesa privata pro-capite italiana nel quinquennio 2012-2017 ha registrato un tasso di crescita medio annuo dell’Italia superiore a quello di Eu-Ante 1995, raggiungendo 37,8 miliardi di euro (624 euro pro-capite, +4,4% rispetto al 2016).

A livello regionale, riferisce ancora l’Ansa, i valori massimi si rilevano in Valle d’Aosta e Lombardia (rispettivamente 1.202,8 euro e 927,8 euro), mentre all’estremo opposto si collocano Campania (300,5 euro) e Calabria (380,8 euro): le differenze di spesa nelle Regioni sono ormai al 90% attribuibile alla componente privata: la differenza di spesa privata tra la Regione con spesa massima e quella con spesa minima è pari a 902,2 euro.

La “fotografia” del Rapporto Crea restituisce dunque una sanità non esattamente in buona salute e, anzi, con conclamate “patologie” in corso, a partire dalle evidenti disuguaglianze regionali. Sulle quali si è soffermata la ministra della Salute Giulia Grillo, intervenuta alla presentazione, con alcune precisazioni su uno dei “temi caldi” del dibattito politico istituzionale, quello sulla richiesta di maggiore autonomia avanzata da alcune Regioni.

“Sulle autonomie regionali non ho un pregiudizio” ha dichiarato la titolare della Salute. “Le richieste di autonomia sono assolutamente legittime
e derivano dalla incapacità da parte dello Stato e dei Governi  precedenti di produrre dei cambiamenti negli anni passati”.
Quelle delle autonomie sono richieste molto giuste, ha osservato ancora Grillo, “perché servono a soddisfare problemi reali. Un assessore non  può chiudere un pronto soccorso perché Parlamento o Governo non hanno  fatto una legge per far sì che ci sia il giusto numero di medici. Con  le autonomie, le Regioni potrebbero risolvere domani questi problemi facendo il loro dovere, ovvero assicurando servizi essenziali”. Inoltre, ha aggiunto la ministra, buona parte di questi interventi “potrebbero essere fatti  anche senza risorse aggiuntive”.

Grillo avverte comunque di non sottovalutare i rischi di diversificazione eccessiva di normative per quanto riguarda, per  esempio, il personale. Ma “il rischio più grande tra la giungla di  normative e il non erogare servizi è il secondo” ha sottolineato  la ministra. “E  quindi dobbiamo procedere per ordine di priorità. Dobbiamo dare la possibilità, alle Regioni che possono farlo, di usare i propri strumenti per erogare i servizi. Poi bisognerà farlo nella maniera  migliore possibile, attraverso il Patto per la Salute e accordi tra ministero, Regioni e organizzazioni sindacali. Ma ora la priorità, per il ministro come per gli assessori, è quella di dare ai cittadini i servizi”.
Dalle parole della ministra, pur tra qualche distinguo, è emersa una posizione sostanzialmente favorevole alle richieste regionali di maggiore autonomia, che segna una svolta rispetto a dichiarazioni passate, di ben altro segno e contenuto. Ai giornalisti che  hanno chiesto conto del cambio di posizione, la ministra ha risposto di aver avuto dal Governo (dove i leghisti sostengono a spada tratta le istanze autonomiste, che provengono anche da Regioni di cui sono alla guida, NdR) “la rassicurazione che non ci sarà un danneggiamento  delle Regioni più deboli. La mia preoccupazione era questa, ma è stata abbondantemente dissipata. Abbiamo analizzato nel dettaglio le  richieste che sono state avanzate e non posso che essere d”accordo in  linea di massima”.