Remunerazione, Mana: “Prima di tutto vanno chieste più risorse”

Roma, 13 marzo – Acquista spessore, all’interno della professione, il dibattito sulla nuova remunerazione, che ha ripreso fiato dall’inizio dell’anno, anche, se non soprattutto, per effetto della scadenza (non prorogata dopo sei rinvii annuali consecutivi) della norma  della legge 135/2012, che affidava a un accordo tra Aifa e sigle delle filiera distributiva del farmaco il compito di procedere a rivedere struttura e modalità di compenso del servizio farmaceutico.

Come è noto, il ritorno della questione remunerazione  direttamente nelle mani del ministro della Salute – che se ne dovrà occupare con un proprio decreto, di concerto con il MEF e previa intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni –  ha prodotto un’immediata reazione delle sigle delle farmacie e della distribuzione, che hanno subito risposto aprendo un tavolo di confronto interno che, dopo la prima riunione del 31 gennaio scorso promossa e ospitata da Assofarm, sta ora lavorando intensamente per definire una proposta condivisa dall’intera filiera in grado di costituire – questo l’obiettivo e l’auspicio –  la falsariga per le future decisioni del governo in materia.

A margine della pronta mobilitazione delle sigle di rappresentanza (al tavolo siedono Federfarma, Assofarm, Federfarma Servizi, Adf e – cooptata per gli aspetti professionali – la Fofi), si registra anche una ripresa della discussione all’interno del settore, sui giornali di categoria e sui social, dove non mancano interventi di sicuro interesse. Come quello di un  autorevole esponente di categoria, il presidente di Federfarma Piemonte Massimo Mana (nella foto), che la tormentata questione della riforma della remunerazione la conosce bene, per essere stato uno dei primi a occuparsene, già una dozzina di anni fa.

Intervistato ieri da F Press, la newsletter della Fondazione Muralti, Mana ha ribadito una posizione già espressa nel corso dell’ultima assemblea nazionale di Federfarma, sostenendo che il problema della riforma dei compensi della farmacia a suo giudizio va affrontato cambiando paradigma: “Prima di discutere il come e il quando” è in sintesi il pensiero di Mana “bisogna mettersi d’accordo sul quanto”. Ovvero quante risorse lo Stato e le Regioni intendono mettere a disposizione per il servizio farmaceutico, che non è solo distribuzione di farmaci ma anche servizi.

Ad avviso di Mana, insomma, la cornice all’interno della quale cominciare il ragionamento non può che partire dall’evidenza che – per dirla con un vecchio detto popolare toscano – “senza lilleri non si lallera”. L’esperienza della Dpc (a dir poco controversa e tutt’altro che omogenea tra le varie Regioni del Paese) è lì a dimostrare che il passaggio a una remunerazione a quota fissa non offre sufficienti garanzie di sostenibilità nè compensa bastantemente le farmacie dall’erosione della marginalità, mettendole al riparo da tagli, revisioni dei tetti e misure di contenimento della spesa.

Per questo, spiega Mana a F Press, con la parte pubblica bisogna andare a discutere di nuovi sistemi di remunerazione “soltanto se prima ci è stato assicurato che le farmacie avranno più soldi, cioè un finanziamento più consistente e congruo dell’attuale”.

Per il presidente di Federfarma Piemonte (che, come ricorda egli stesso, è stato uno dei primi a ragionare, già nel 2007, su un’eventuale remunerazione a quota fissa e dunque non può essere considerato pregiudizialmente ostile a questa prospettiva)  “non è certo abbracciando questo modello che difenderemo i nostri fatturati da tagli e interventi di contenimento della spesa, come dimostra la Dpc. Nel negoziato con le Regioni, dunque, occorre prima ottenere il loro impegno a incrementare il finanziamento. Perché se le risorse sono le stesse degli anni passati, cambiare remunerazione potrebbe rivelarsi inutile se non pericoloso”.

Il problema – posto in questi termini – si sconta però con un’incontrovertibile evidenza: c’è una parte pubblica che le risorse – ormai da anni – fa di tutto per ridurle, non certo per incrementarle. E il piano di ogni ragionamento che viene fatto sul servizio farmaceutico (ma non solo) parte sempre e inevitabilmente da quello che, più che un paletto, sembra essere un pilastro di cemento armato: l’invarianza dei costi, ovvero l’indisponibilità ad allargare i cordoni della borsa.

Lo stesso coordinatore (all’epoca) della Sisac, Vincenzo Pomo, ricorda al riguardo F Press, in una pubblica assise professionale di farmacisti ebbe modo di affermare, più di un anno fa, che “la spesa farmaceutica vale 8 miliardi di euro, diteci se li volete sotto forma di margine sul prezzo o come onorario professionale
“L’ultima convenzione risale al 1998, da allora sono passati vent’anni e se nei primi dieci i fatturati sono cresciuti negli ultimi dieci è stata invece una lenta discesa agli inferi” osserva però Mana in proposito. “Trovo assolutamente comprensibile che le farmacie chiedano il rifinanziamento delle risorse a loro dedicate, i medici i loro aumenti li hanno avuti. Dovremmo seguire lo stesso copione: quando i loro sindacati si siedono al tavolo negoziale, prima concordano il monte salariale e poi decidono come ripartirlo sulle varie voci”.

Un percorso, suggerisce implicitamente Mana, che anche le farmacie dovrebbero seguire. “Ma quanto dovrebbero chiedere?”  chiede giustamente F Press al presidente dei titolari piemontesi. “Non spetta a me dirlo” è la risposta di Mana “ma bisogna tener conto che mille euro al mese per farmacia significano oltre 200 milioni all’anno di ulteriore finanziamento, se si dovranno implementare i nuovi servizi occorreranno nuove risorse per poter inserire nuovi colleghi”.