Sanità, Giulia Grillo pronta alle dimissioni in caso di tagli al Fsn

Roma, 10 giugno – Diventa un caso politico la “clausola di salvaguardia” cui fa riferimento, nel suo primo articolo, la bozza per il “Patto per la salute”, aprendo di fatto al taglio degli aumenti al Fondo sanitario già annunciati (e messi in conto dalle Regioni) di 2 miliardi nel 2020 e 1,5 miliardi l’anno successivo. Contro l’ipotesi  – che scatterebbe per permettere al governo di raggiungere “gli obiettivi di finanza pubblica” e le “variazioni del quadro macroeconomico”  e che esporrebbe la sanità pubblica a un rischio esiziale di sottofinanziamento – erano subito insorte le Regioni,   fiutando il gravissimo pericolo, diventato molto più concreto dopo l’avvio da parte della Commissione Ue della procedura contro il nostro Paese per eccesso di debito.

Sulla spinosissima questione è immediatamente intervenuta la ministra della Salute Giulia Grillo (nella foto), che nei giorni scorsi, in un video pubblicato sulla sua pagina Facebook, aveva denunciato la clausola, precisando che essa non ha niente a che fare con il suo dicastero ed è stata invece  “inserita nella bozza per espressa richiesta degli uffici del Mef.  (…) La sanità ha dato tutti i contributi che poteva dare ai tagli che sono stati fatti sulla finanza pubblica. Non è possibile prendere un centesimo” aveva dichiarato la ministra, bollando la clausola come “politicamente irricevibile”.  

In una dichiarazione successiva, Grillo aveva poi ha corretto il tiro, parlando della bozza del Patto come di un “canovaccio” e – quasi in contemporanea con le voci di possibili rimpasti di governo, che secondo i rumors giornalistici metterebbero a rischio, insieme ad altre, anche la sua poltrona – alzando il tiro fino a minacciare addirittura le dimissioni. “Non parteciperò a questa mannaia” ha detto Grillo accennando all’eventuale congelamento dei ricordati già decisi adeguamenti del  Fsn. Insomma – con una dichiarazione che di fatto la fa entrare di diritto nel novero dei difensori del Ssn – la Grillo gioca d’anticipo, accreditandosi come una paladina del servizio pubblico, che non potrebbe sopportare ulteriori strette economiche, anche se mascherate da “risparmi”.

C’è chi, in quest’ultima sortita di Grillo, ha voluto leggere una mossa politica, tatticamente intelligente, volta ad allentare le pressioni e le mire leghiste sul ministero, che nelle “resistenze” opposte dalla  Grillo ad accresciute spinte autonomistiche delle Regioni  nel settore sanitario vedono un intralcio da eliminare per portare a casa il percorso del “regionalismo differenziato”. Allo stesso modo, la minaccia di dimissioni (vedi l’endorsement pubblico subito assicurato alla ministra dal garante del Movimento Beppe Grillo) sarebbe funaionale anche a constrastare i nemici interni allo stesso schieramento pentastellato, tra i quali cìè chi rimprovera alla titolare del dicastero quello che è ritenuto un voltafaccia sull’obbligo di vaccinazione.

Al di là di queste ragioni, che possono anche essere fondate, la partita vera si gioca sui conti, che con l’Europa che pretende il rispetto delle clausole economiche e ha sfoderato l’arma finale della procedura d’infrazione, si devono far tornare o fare almeno finta di far credibilmente tornare, senza mettere in discussione o pregiudicare le misure-feticcio del governo gialloverde, quota 100 e il reddito di cittadinanza. Ed è proprio in questo perimetro che la “clausola di salvaguardia” subito stigmatizzata dalle Regioni prima e da Grillo poi rischia di essere qualcosa di molto di più che una minaccia: troppi buchi da colmare, nei conti del Paese, per non fare un pensiero a riempirli con tutto quel che si può raccattare nelle pieghe del bilancio, come (appunto) i miliardi destinati all’adeguamento del Fondo sanitario nazionale.