USA, enormi ricavi ma scarsi profitti per catene di farmacie e grossisti

Roma, 31 agosto – Adam J. Fein,  autorevole esperto internazionale del mercato farmaceutico (è il titolare di Drug Channels Institute, filiale dd Pembroke Consulting, una delle più rinomate società al mondo di consulenza economico-strategica), ha riproposto tre giorni fa sul sito web della sua società i suoi commenti sulla classifica 2018 di Fortune 500, che ormai da lungo tempo rappresenta la “fotografia” – dai contorni peraltro non del tutto né sempre a fuoco – delle performance delle aziende di Oltreoceano.

Le osservazioni di Fein sono oviamente riferite ai player del mercato farmaceutico, ovvero le grandi aziende di wholesale farmaceutico, proprietarie anche di catene di farmacie, le industrie del farmaco, le Pbm (pharmacy benefit manager, soggetti di intermediazione peculiari del sistema sanitario statunitense, NdR) e  le farmacie indipendenti.

Il primo dato che emerge è che nella classifica 2018 di Fortune spiccano, per la quantità di denaro che muovono con il loro business, le stesse sette catene di distribuzione già presenti nel  2017: AmerisourceBergen, Cardinal Health, CVS Health, Express Scripts, McKesson, Rite Aid e Walgreens Boots Alliance. Utilizzando i dati di Fortune, Fein ne analizza redditività e rendimenti degli azionisti, confrontandoli con quelli delle 11 aziende produttrici di farmaci presenti nella lista di Fortune 500 (si tratta di AbbVie, Amgen, Biogen, Bristol-Myers Squibb Company, Celgene, Eli Lilly and Company, Gilead Sciences, Johnson & Johnson, Merck & Co., Pfizer e Regeneron).

Fein osserva preliminarmente che negli USA  “le società di distribuzione dei farmaci sono molto più grandi rispetto alle aziende che li producono, hanno ricavi più elevati e quindi si posizionano più in alto su Fortune 500. Per il 2017, annota l’esperto, i ricavi medi delle sette società farmaceutiche sono stati di $ 131,1 miliardi, in aumento del 3,5% rispetto al dato del 2016. I ricavi medi per il  gruppo dei produttori sono stati 29,2 miliardi di dollari, ovvero circa un quinto della media delle aziende farmaceutiche.

Sei delle sette aziende del canale distributivo dei farmaci si classificano tra i primi 25 della lista Fortune 500. Al contrario, nessuno dei produttori è riuscito a entrare nella parte alta della classifica. Fein spiega che l’esito è il larga parte conseguenza dei criteri utilizzati dalla classifica di Fortune 500, che si basano appunto sui ricavi delle vendite, un sistema che spinge le grandi catene di wholesaling e di farmacie in cima alla lista.

La seconda osservazione di Fein, però, è che le grandi concentrazioni distributive hanno comunque un ritorno sulle vendite molto più basso di quello delle industrie del farmaco.  Un conto sono i ricavi, insomma, ben altro i profitti. Se misurati dal rendimento delle vendite, i profitti dei grossisti e delle farmacie ammontano infatti a una frazione dei profitti dei produttori. Differenza che, spiega l’analista,  riflette il premio di innovazione/rischio associato a un business costoso, rischioso e con tempi lunghi  qual è quello dei farmaci. “Farmacie, grossisti e Pbm non esisterebbero se i produttori non avessero creato farmaci validi e innovativi” osserva Fein, che per misurare la redditività relativa agli attori della filiera del farmaco preferisce confrontare i profitti lordi con le spese operative.

Un’altra e (almeno alle nostre latitudini) confortante osservazione dell’analista statunitense è che  la redditività delle farmacie indipendenti è paragonabile a quella degli esercizi delle grandi catene distributive. “Abbiamo analizzato il Digest NCPA 2017, sponsorizzato da Cardinal Health e esaminato i dati finanziari e operativi 2016 presentati dai proprietari di farmacie” scrive Fein.  “Un po ‘di algebra e alcune congetture elaborate suggeriscono che nel 2016 il rendimento medio delle vendite è stato del 2,1% per le farmacie indipendenti. Le farmacie private non gestiscono sempre le loro attività in base agli stessi paradigmi di rendimento di una grande compagnia, tuttavia i dati della farmacia indipendente continuano a mostrare profitti paragonabili a quelli delle big companies”.

Fein rileva quindi che nel 2017 (sui cui dati si basa la stesura della classifica 2018 di Fortune 500) gli investitori hanno ottenuto rendimenti molto bassi dalle grandi società di distribuzione dei farmaci: “Il mercato azionario dello scorso anno è rimasto molto negativo per gli investitori nelle drug channel companies” scrive l’esperto, riportando i dati riportati dalla classifica di Fortune:  le sette grandi concentrazioni distributive hanno registrato un -9,3%  medio (con un intervallo da -76,1% a + 19,4%), mentre gli 11 produttori hanno segnato un + 14,9% (intervallo: da -9,8% a + 60,1%).

Fein spiega che le grandi aziende di distribuzione hanno profondamente risentito dell’andamento complessivo del mercato, penalizzato dalla prospettiva più volte ventilata e anche annunciata di un ingresso di  Amazon nel settore del farmaco. “La paura esagerata si è attenuata” conclude l’analista, che prevede però  difficoltà anche per l’anno in corso:  “La combinazione tra gli orientamenti dell’amministrazione Trump in materia di farmaci (il presidente ha più volte espresso l’intenzione di voler abbassare i prezzi dei farmaci, NdR) e i fondamentali negativi” scrive infatti Fein  “probabilmente spaventerà gli investitori anche nel 2018″.