Verdone farmacista ad honorem: “Sono onorato e grato per il regalo”

Roma, 29 ottobre –  Una bella, garbata e godibilissima serata, che i più di mille spettatori (almeno 400 dei quali farmacisti) stipati in ogni ordine di posti nella grande arena del CineVillage allestito a Roma nel Parco Talenti archieveranno con ogni probabilità nel novero dei ricordi lieti.   A fare da irresistibile richiamo per un pubblico così numeroso la presenza di Carlo Verdone, intervenuto per ritirare dalle mani del presidente dell’Ordine dei farmacisti di Roma Emilio Croce l’attestato  di iscrizione onoraria all’Albo  professionale (nella foto, l’attore, in camice e caduceo, ne legge il testo dopo la consegna).

Sono stati moltissimi i fans del popolarissimo regista e attore che non hanno perso l’occasione di un incontro diretto con il loro beniamino e le loro attese non sono state davvero tradite. Ad aprire la serata, alcune clip tratte dai film di Verdone che hanno le medicine e la medicina come protagonisti, con sequenze diventate imdimenticabili: l’attore che in Maledetto il giorno che ti ho incontato rovescia sul letto, a beneficio di un’agitatissima Margherita Buy, in crisi di astinenza da ansiolitici, un’intera sporta di confezioni di farmaci, e nei panni dell’insopportabile medico Raniero Cotti Borroni  in Viaggi di nozze prescrive una compressa di Loposid Retard al posto del Trimagon nel bel mezzo della cerimonia di nozze, raccomanda l’uso di Crematon 300 contro “il pacco emorroidario” a pranzo, in un vagone ristorante pieno di inorriditi compagni di viaggio, e risponde al telefono a una paziente  nel bel mezzo dell’amplesso coniugale nella prima notte di nozze.

Quindi l’ingresso dell’attore nell’arena, avvolto dagli affettuosi applausi del pubblico, con la semplice e simpatica cerimonia di conferimento dell’attestato di iscrizione onoraria all’Albo, motivata da Croce. “Pur non perdendo occasione di farne materia di narrazione nei suoi film e di scherzarci anche sopra in molte interviste, Verdone non ha mai mancato di ricordare che i farmaci sono irrinunciabili strumenti di salute quando usati con proprietà, ma anche sostanze pericolose che possono produrre, se male utilizzate, conseguenze nefaste” ha spiegato il presidente dell’Ordine dei farmacisti. “Verdone ha sempre rimarcato questa fondamentale caratteristica, mettendo in guardia contro l’uso incauto e disinvolto dei farmaci, ignorando controindicazioni e possibili effetti collaterali. Ed è proprio questo atteggiamento di consapevole e responsabile messa in guardia contro il rischio che i farmaci vengano impiegati per ciò che non sono e non dovranno mai essere, ovvero beni di consumo,  che apparenta il regista alla nostra professione: noi farmacisti siamo appunto i professionisti del farmaco, custodi e garanti di  quel corretto impiego che Verdone ha spesso voluto sottolineare e promuovere. Un motivo a nostro giudizio sufficiente per accoglierlo nel novero della professione” ha concluso Croce “iscrivendolo ad honorem al nostro Ordine, onoratissimi a nostra volta del fatto che un personaggio così popolare e amato, anche per la sua capacità di restituire vizi e virtù del nostro Paese con sguardo acuto, dissacrante e sempre originale, abbia accettato di farne idealmente parte”.

Indossato il camice,  appuntato sul bavero il caduceo personalizzato e “incassata” la pergamena che ne attesta l’iscrizione onoraria all’Albo dei farmacisti, Verdone ha subito replicato al grido di uno spettatore (“Mo’ venimo tutti da te”): “Occhio, però, io vi do i farmaci solo dietro presentazione della ricetta del medico, nun ve credete…” , dimostrandosi visibilmente contento e divertito per un riconoscimento che si aggiunge alla laurea honoris causa in Medicina conferitagli nel 2007 dall’Università Federico II di Napoli.

Quindi, stimolato dal critico cinematografico Mario Sesti, ha dato vita a un esilarante monologo nel quale ha ovviamente ripercorso il suo rapporto stretto con le medicine, sia sul set sia nella vita privata, ripescando tra i suoi ricordi anche particolari inediti:  il comò della madre stracolmo di medicine, in  particolare ansiolitici e stabilizzatori dell’umore, i mal di testa dello zio Gastone e l’irrefrenabile curiosità che da bambino lo portava ad “assaggiare” i farmaci, arrivando una volta a rischiare il ricovero ospedaliero per una tachicardia parossistica prodotta dall’ingestione di una delle medicine materne. “Da piccolo, avevo cominciato a interessarmi e a studiare l’enciclopedia medica della Curcio, o forse dei Fratelli Fabbri, non ricordo bene” ha raccontato l’attore “poi feci il salto di qualità, scoprendo il celeberrimo Manuale Merck. Il mio spiccatissimo interesse per la medicina, che sembrava destinato ad avviarmi a quella carriera, è finito il giorno in cu,i proprio sul Manuale Merck, mi sono imbattuto nel tracoma, gravissima malattia oculare che porta alla cecità e della quale, guardandomi allo specchio, pensai con terribile angoscia di riconoscere i sintomi ed esserne afflitto. Lì compresi di essere troppo emotivo per intraprendere la carriera medica e mi indirizzai altrove”.

Il regista ha però voluto smentire il mito di essere un irriducibile ipocondriaco. “Non è vero, si tratta di un’etichetta che mi è stata appiccicata per alcune scene dei miei film e non ne posso più di essere considerato tale” ha detto divertito l’attore, spiegando che tra le ragioni del suo amore per  le medicine c’erano in realtà anche le frequentazioni negli anni ’60 di medici famosi come Pietro Valdoni. “Personaggi straordinari che spesso venivano a cena a casa e che contribuirono in modo decisivo a far nascere e crescere la curiosità e l’interesse per la medicina” ha spiegato Verdone, precisando di continuare a coltivare e nutrire la sua antica passione per la medicina leggendo gli atti dei più importanti congressi su questa o quella patologia. “In ogni caso, grazie alla mia passione ho anche salvato la vita a quattro persone, che ancora mi chiamano e non si dimenticano di mandarmi un regalo a Natale, cosa della quale non posso che essere contento” ha quindi affermato l’attore, ricordando in particolare un caso.

“Mi è capitato, e non è davvero una cosa da tutti, nemmeno per i medici, di diagnosticare una sindrome di Stevens-Johnson a un’amica alla quale era stata stata invece stilata al Gemelli una diagnosi di varicella, con la prescrizione di cure che non miglioravano la situazione ma anzi sembravano peggiorarla” ha raccontato Verdone. “Sospettando che la sua patologia fosse un’altra, indotta dalla reazione all’assunzione di alcuni farmaci che la mia amica mi confermò di avere preso, la  portai allo Spallanzani e cominciai a tempestare di sms e telefonate il primario, affinchè la curasse con corticosteroidi. – Le dia il Bentelan, professo’, le dia il Bentelan – lo scongiuravo. E lui si trovò davanti a un bivio: dare retta alla diagnosi del Gemelli o dare retta a me? Per buona sorte della mia amica, scelse di dare retta a me”.

Un altro aneddoto esilarante, ricordato da Sesti, che nell’occasione lo accompagnava in un viaggio in treno, è quello dello scatto immediato di Verdone quando, per un malore del capotreno,  una crisi di panico, venne chiesto se nel vagone c’era un medico. “Io alzai subito la mano, non so neanche perché, e mi precipitai dal malcapitato, riuscendo a tranquillizarlo e scoprendo che, all’origine dell’attacco, c’era il fatto che la moglie lo aveva abbandonato”.

L’ultima considerazione Verdone ha voluto dedicarla a un parallelismo tra la chiesa e la farmacia, ispiratagli da Damien Hirst, uno dei più grandi artisti contemporanei che, tra le sue opere, annovera la realizzazione di parallelepipedi dai quali escono  croci di pillole, sacri cuori trafitti da aghi e lame, teschi in argento, ostie di paracetamolo in marmo, farfalle sotto vetro e serigrafie. “Hirst sembra volerci invitare a riflettere sul fatto che la farmacia, in qualche modo, è una specie di chiesa di oggi: c’è in comune l’elemento della croce, il bancone altro non è che una trasposizione dell’altare, dove l’officiante non è il prete ma il farmacista, che indossa il camice, così come il sacerdote i paramenti, e che somministra anch’egli il prodotto slavifico, che in questo caso è il farmaco e non l’ostia” ha detto il regista. “Credo che Hirst, in temi in cui le chiese sono vuote e le farmacie piene,  voglia suggerirci una riflessione sul fatto che forse oggi la salute del corpo è diventata ossessivamente prevalente e abbia prodotto una sorta di despiritualizzazione che non può che allontanarci. E forse noi tutti questa riflessione dovremmo farla”.

Non poteva mancare una battuta sulla sua citta “Nel mio prossimo film che uscirà  a febbraio, Si vive una volta sola, dove finalmente recito la parte di un medico vero, sono stato fin troppo indulgente su Roma. Non ho mostrato le bruttezze, ho messo le luci in un certo modo, ho cancellato le scritte sui muri e non ho mostrato la monnezza, per ricordare a tutti quanto la nostra città sia incredibilmente bella e suscitare nostalgia di quella bellezza, che tutti dobbiamo impegnarci a rispettare” ha detto Verdone. “A partire da noi romani, che ci aspettiamo sempre che a farlo sia qualche altro. Dobbiamo essere noi i primi, perchè i problemi nasceranno pure da chi ci governa, ma dipendono anche da ognuno di noi. Certo che se poi va a fuoco il 107° autobus è normale che da cittadino io mi arrabbi e dica agli amministratori che sono degli incapaci”.   

La conclusione è andata ai ringraziamenti: all’Ordine e alla comunità dei farmacisti, per “un regalo che davvero mi onora e del quale sono davvero grato”, e quindi al pubblico, che lo ha salutato con un grande applauso, espressione dell’affetto che l’empatia di Verdone risce quasi magicamente a generare. La serata è stata conclusa dalla proiezione dell’ultimo film del regista, Benedetta Follia.