Voto Piemonte, effetti inevitabili per le Regioni (e per la sanità)

Roma, 28 maggio – Le elezioni europee di domenica scorsa sono ormai alle spalle, con il loro inequivocabile esito: in Italia dilaga la Lega di Matteo Salvini, ormai primo partito italiano per distacco, mentre tracolla il M5S, che in pratica dimezza i suoi consensi; dà qualche segnale di ripresa il Pd, che scavalca i pentastellati,  e cresce sensibilmente anche il partito di Giorgia Meloni, Fratelli d’Italia, a conferma dello sfondamento delle istanze sovraniste nell’elettorato italiano, mentre Forza Italia ripiega, attestandosi  ben al di sotto quella soglia del 10% indicata (più o meno arbitrariamente) come il confne tra la sconfitta e la disfatta. Nessun altro schieramento, come è noto,  ha superato il tetto del 4% che da diritto ad esprimere parlamentari europei.

Il dato più rilevante della tornata elettorale, però, atteso che (Lega o non Lega), la deriva sovranista non ha sconvolto gli equilibri di fondo della Ue, che continuerà dunque a essere governata dalle stesse forze che già la facevano (con l’innesto, necessario, deli liberali nella futura maggioranza), è quello che viene dalle consultazioni locali, almeno per chi si occupa di sanità.. Si votava, infatti, per il rinnovo delle amministrazioni di alcuni importanti comuni (tra i quali anche  capoluoghi come Bari) e della Regione Piemonte. E proprio da Nord Ovest arriveranno presumibilmente le conseguenze più rilevanti per la sanità e per chi se ne occupa.

La Regione è stata conquistata dal centrodestra, il cui candidato Alberto Cirio ha nettamente sconfitto il presidente uscente Sergio Chiamparino. Che lascerà dunque la carica, ovviamente insieme a tutta la sua squadra, dove spicca il nome di Antonio Saitta (nella foto),  assessore alla Salute ma anche (se non soprattutto) coordinatore della commissione Salute della Conferenza delle Regioni e presidente designato di Aifa (anche se ora il suo arrivo sulla poltrona dell’agenzia regolatoria rischia di diventare molto più problematico di quanto già non fosse).

L’esito del voto piemontese comporterà dunque, inevitabilmente, un profondo rimescolamento negli equilibri della Conferenza, già peraltro sensibilmente spostatisi a destra dopo le vittorie degli schieramenti conservatori in Sardegna e in Basilicata. E Saitta non sarà più l’ispiratore, se non proprio il dominus, delle politiche sanitarie regionali. Per valutarne ruolo ed influenza, basterà ricordare come proprio il Piemonte sia stato il capofila e abbia aperto la strada, anche attraverso accordi interregionali, delle gare per gli acquisti centralizzati dei farmaci. E – se per una volta è permesso formulare un pensiero cattivo – negli ambienti dell’industria del farmaco c’è quasi certamente chi ha stappato una bottiglia di champagne per brindare all’uscita di scena dell’alfiere degli acquisti al risparmio per categorie terapeutiche.

Impossibile, al momento, sapere a chi (e quando)  verrà affidata la poltrona che fu di Saitta, e ancora più complicato è prevedere cosa potrà accadere in seno alla Conferenza delle Regioni, sove – come già detto – tutti gli equlibri sono destinati a saltare. Quello che è certo è che la governance di via Parigi cambierà non solo faccia, ma con ogni probabilità anche i suoi indirizzi. Al momento, però, di ragionevolmente sicuro cìè solo il fatto che il cambiamento richiederà del tempo. E che, in attesa della nomina del nuovo coordinatore della Commissione Salute (in pole position, fino a ieri, c’era il vice-coordinatore Sergio Venturi, emiliano: ma è difficile pensare che possa essere ancora così) tutti i dossier aperti verranno con ogni probabilità congelati.  Primo tra tutti, il percorso del nuovo Patto della Salute, fresco di sblocco: solo una settimana fa erano stati infatti insediati gli undici gruppi di lavoro (tra i quali quello sulla governance farmaceutica) incaricati della stesura del documento.  Ma non sarà l’unico “cantiere” a subire uno stop: entreranno in stand by anche i lavori per i rinnovi delle convenzioni, che peraltro procedevano lento (anzi lentissimo) pede. La trattativa in sede Sisac per il rinnovo della’accordo Ssn-farmacie, ad esempio, era di fatto ferma da 10 mesi, per vicissitudini varie. E certamente non comincerà a camminare speditamente ora, anzi.

A fare due conti, visto che giugno è ormai arrivato e l’estate è dunque alle porte. si potrebbe scommettere sul fatto che la questione rimarrà in sonno almeno al prossimo autunno. E chissà se, nel frattempo, troverà  un qualche sviluppo la promessa  fatta lo scorso 10 maggio dall’assessore emiliano Venturi in occasione dell’Assemblea Assofarm di riscrivere l’atto d’indirizzo della convenzione farmaceutica, facendo ripartire dall’inizio la trattativa. Tutto torna in alto mare: potrebbe ovviamente non essere una cattiva notizia, ma resta il fatto che per la soluzione di quelli che le rappresentanze delle farmacie indicano come gli snodi cruciali (convenzione e, inevitabilmente, remunerazione) da risolvere il prima possibile, i tempi sembrano invece ancora destinati ad allungarsi.